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In 18 mesi sono raddoppiati i foreign fighters dello Stato islamico

I combattenti stranieri del Califfato sono tra i 27 mila e i 31 mila. Aumentano soprattutto quelli provenienti da Europa e Russia. Le tecniche di arruolamento e le motivazioni che spingono al jihad nel nuovo rapporto del Soufan Group

8 Dicembre 2015 alle 17:05

In 18 mesi sono raddoppiati i foreign fighters dello Stato islamico

Nel corso degli ultimi 18 mesi il numero di foreign fighters, i combattenti stranieri che si sono uniti allo Stato islamico, è più che raddoppiato. Secondo l’ultimo rapporto del Soufan Group, una società di consulenza americana, esistono oggi tra i 27 mila e i 31 mila guerriglieri provenienti da 86 paesi che combattono in Siria e Iraq tra le fila del Califfato. Nel giugno 2014 erano 12 mila e questo– evidenzia il rapporto – dimostra il fallimento delle iniziative intraprese finora dalla comunità internazionale per arginare il reclutamento tra i ranghi dello Stato islamico. Il numero di combattenti arruolati varia a seconda del paese di riferimento. Se il numero di militanti provenienti dall’America settentrionale rimane invariato (sono intorno a qualche centinaia), quelli che partono dall’Europa occidentale sono oggi 5 mila, più del doppio rispetto al giugno 2014, mentre quelli originari della Russia e dell’Asia centrale sono aumentati del 300 per cento. Tunisini, sauditi e giordani restano le nazionalità più numerose tra i foreign fighters. Aumenta il numero di coloro che provengono dalla Turchia, la cui collocazione geografica tra Siria e Iraq rende il paese soggetto a un numero di rientri maggiore. A novembre, le forze di sicurezza turche hanno arrestato 500 cittadini per essersi uniti allo Stato islamico e altri 100 che si erano arruolati tra le fila di Jabat al Nusra (al Qaida).

 


Da dove vengono i foreign fighters, per aree geografiche (Fonte: Soufan Group)


 

Anche le modalità di reclutamento cambiano da regione a regione. Nei paesi da cui parte il maggior numero di combattenti, come ad esempio la Tunisia, le nuove leve del jihad vengono avvicinate con l’intermediazione di amici o famigliari. Negli Stati Uniti, invece, i social media e internet sono il mezzo principale nel processo di radicalizzazione degli individui. “La ricerca di un senso di appartenenza, di uno scopo, dell’avventura o dell’amicizia restano le ragioni principali che spingono ad arruolarsi nello Stato islamico. I motivi personali restano predominanti rispetto a quelli politici”, dice il rapporto, e sfuggono più facilmente alle attività preventive di controterrorismo.

 

La propaganda jihadista continua a puntare sull’uso di filmati violenti che celebrano i martiri del jihad caduti al fronte ma, chiarisce il Soufan Group, i nuovi combattenti “si arruolano perché in cerca di un nuovo inizio, piuttosto che per vendicarsi di eventi accaduti in passato”. Così come le motivazioni che inducono gli individui a unirsi allo Stato islamico restano difficili da circoscrivere a categorie ben precise, anche le ragioni che spingono ad abbandonare il Califfato variano da caso a caso: “Alcuni fuggono perché stanchi della violenza esercitata nei territori controllati dai jihadisti, altri perché disillusi dalla leadership dello Stato islamico, altri ancora per perseguire i propri obiettivi altrove”.  

 


In alto, una mappa che indica da dove vengono i foreign fighters europei. In basso, un grafico che chiarisce di quanto sono aumentati tra il 2014 e il 2015 (Fonte: Soufan Group)


 

[**Video_box_2**]Come dimostrato dai recenti attentati in Europa, la minaccia principale resta quella del rientro dei foreign fighters dal fronte di guerra al paese di partenza. La gran parte di coloro che si uniscono allo Stato islamico predilige la Siria all’Iraq e si sposta con la volontà di restare piuttosto che di addestrarsi e di rientrare in patria. Lo studio del Soufan Group stima però che il 20-30 per cento dei militanti è rientrato nei propri paesi di origine e rappresenta oggi una minaccia concreta di possibili attentati. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto conferma i numeri già diffusi dal ministero dell’Interno, con 87 combattenti partiti verso il medio oriente. Dieci di loro sarebbero rientrati nel nostro paese.

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