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L'Europa la smetta di fare mea culpa

“In tempi come questi sarebbe fondamentale per gli europei iniziare a capire che essi condividono una identità comune basata su valori comuni”. Il problema, però, è capire quali siano questi valori, dice al Foglio Alexander Kissler, caporedattore della cultura del periodico politico-culturale tedesco Cicero e in passato alla Faz.

24 Novembre 2015 alle 11:50

L'Europa la smetta di fare mea culpa

Alexander Kissler, caporedattore del periodico tedesco Cicero

Roma. “In tempi come questi sarebbe fondamentale per gli europei iniziare a capire che essi condividono una identità comune basata su valori comuni”. Il problema, però, è capire quali siano questi valori, dice al Foglio Alexander Kissler, caporedattore della cultura del periodico politico-culturale tedesco Cicero e in passato alla Faz. Kissler – che il teologo domenicano Wolfgang Ockenfels mise sullo stesso piano di un filosofo del calibro di Robert Spaemann – vede avverarsi, quasi profeticamente, quanto aveva scritto solo pochi mesi fa in “Tolleranza zero per gli intolleranti”, libro che tanto aveva fatto discutere – per le sue posizioni démodé – i salotti elitari tedeschi dove spopolano ancora quanti vorrebbero mettere fiori nei cannoni per combattere chi si fa saltare in aria nelle brasserie parigine o sgozza qualche cristiano accusato d’essere spia dei crociati. Quei circoli dove si predica la tolleranza senza dare troppa importanza al principio secondo cui questa “trova il suo limite nell’intolleranza degli altri”. I valori in questione sono “quelli nati e cresciuti nell’antica Grecia, a Roma e a Gerusalemme e riflettono tre domande fondamentali: cosa è bene, cosa è giusto e cosa è vero. Tre quesiti che hanno portato alla civiltà della libertà, alla libertà d’opinione prima di tutto, alla libertà di culto, alla libertà delle arti e delle scienze. Tutte cose che ora sono rimesse in discussione. Il nostro compito è di combattere affinché la nostra civiltà rimanga quella della libertà”.
Se l’occidente non inizia a lottare per questi valori – “e combattere significa parlare delle idee intolleranti usando una buona dose di intolleranza”, dice – è destinato a fare una brutta fine. “Io mi affido alla speranza, non sono ancora disposto a perderla. Tutto è meglio della disperazione”. Però bisogna darsi da fare, anche perché “i terroristi alla fine sono deboli e vigliacchi”. Ma l’europeo, oggi, è avvinto da quella che Kissler definisce “sindrome da mea culpa”.

 

“Ogni volta che accade qualcosa di brutto nel mondo – osserva Alexander Kissler – il buon europeo dice ‘deve essere stata colpa nostra’. Da un lato è la prova della capacità occidentale di fare autocritica, ma dall’altra è un trucco a buon mercato per sentirsi meglio, moralmente superiori. La civiltà occidentale non deve incolparsi per i terroristi che quella civiltà vogliono distruggere. Il terrorismo non ha alcuna necessità di cercare ragioni all’esterno, ma si serve solo di una solida ideologia al proprio interno e una speciale forma di disinibizione sociale. Non dovremmo mai tollerare le idee che vogliono far morire l’Europa né dovremmo cercare scuse per le forze del male. Siamo immersi, spiega il nostro interlocutore, in pieno “clima da appeasement” nei confronti dell’islam. “A Monaco un giudice non ha avuto il coraggio di ordinare a una donna musulmana di togliersi il niqab, davanti alla corte. Ovunque vi sono aree, da Bruxelles a Parigi, fino a Berlino o Duisburg, dove la polizia ha capitolato. L’appeasement – aggiunge – inizia dove accettiamo due pesi e due misure”. Gli esempi non mancano: “Penso alle scuole con lezioni di ginnastica separate tra maschi e femmine, o nei dibattiti pubblici con la tendenza a ridurre il potenziale di violenza insito nell’islam e ad amplificare, invece, questo potenziale nelle altre religioni”. Per non parlare, poi, di quando in Europa si “condanna ogni forma di antisemitismo ma si fa finta di niente riguardo i musulmani che auspicano pubblicamente la morte di Israele”. D’altronde, scriveva nel suo ultimo libro, non si può pretendere più di tanto da una società che non sa chi siano Gilbert Chesterton e Rémi Brague, e che non è capace  di approfittare di tutto ciò che ha portato la rivoluzione dei Lumi.


Si parla tanto di Francia e Belgio, in queste settimane di escalation stragista tra le piazze  d’Europa, ma poco di Germania. Ed è lì che a giudizio di Kissler è presente una delle maggiori contraddizioni: “La grande maggioranza della popolazione non è d’accordo con la politica di Angela Merkel circa i richiedenti asilo. Ma c’è anche una maggioranza che non vuole un altro Cancelliere. E’ un buon vecchio paradosso tedesco: tutto dovrebbe essere diverso affinché tutto rimanga così com’è. A noi non piacciono le rivoluzioni, noi vogliamo essere rassicurati. Personalmente penso che le politiche della Cancelliera siano dannose e isoleranno ancora una volta il mio paese. Quel che è certo è che una Germania indebolita non sarebbe buona cosa per un occidente unito”.

 

[**Video_box_2**]Unità che ora, però, appare pura utopia, come aveva sottolineato in un editoriale apparso qualche giorno fa sulla Faz Reinhard Müller, che metteva in rilievo quello che a suo giudizio è “l’errore dell’Europa”. I valori comuni ci sarebbero anche, scriveva Müller, peccato che “i membri dell’Unione sprechino le loro forze fustigando coloro che mettono in risalto le radici cristiane del continente. Eppure, proprio questa fede, la tradizione giudaico-cristiana, ha formato milioni di persone. E non solo in Europa”. Sarebbe ora, insomma, di riconoscere quelle fondamenta  comuni. Anche se con più d’un decennio di ritardo.

 

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