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In guerra non si può essere neutrali

Il problema principale della Francia, e dunque dell’Europa e dell’Italia anzitutto, è che non riesce a raccontare a se stessa una verità candida e terrifica. C’è una questione religiosa a Parigi, e non solo, e riguarda l'Islam, e anche i nostri tetti

14 Novembre 2015 alle 15:46

In guerra non si può essere neutrali

Un poliziotto e una vittima dell'attentato nei pressi del Bataclan (foto LaPresse)

Parigi val bene una bomba. Una bomba e un attacco non nucleare ma sufficiente per cancellare lo Stato islamico dalle mappe geografiche, con tanto di effetti collaterali micidiali e insondabili. E’ perfino plausibile, a questo punto, dopo l’ecatombe terroristica di venerdì sera. Mi domando se basti però. Il problema principale della Francia, e dunque dell’Europa e dell’Italia anzitutto, è che non riesce a raccontare a se stessa una verità candida e terrifica, nota da tempo, almeno fin dalle gesta stragiste di Mohammed Merah (2012), e divenuta insormontabile dopo i recenti fatti di Charlie Hebdo, ora smisuratamente replicati nel cuore occidentale: la Patria dei Lumi ha un problema con sei milioni di cittadini repubblicani di fede islamica, circa il dieci per cento della popolazione, una forza dinamica e giovane (il numero dei maomettani praticanti ha superato quello dei cattolici), demograficamente poderosa e culturalmente disponibile a morire per il Profeta più che per la democrazia.

 

Non siamo i primi a dire che non tutti gli islamici sono terroristi ma tutti i terroristi organizzati al momento si professano islamici. E non siamo nemmeno gli ultimi a scoprire che la bomba è qui, dentro i nostri quartieri, nelle nostre banlieue, all’interno di madrasse improvvisate e in altri luoghi più o meno simbolici espropriati da un altro genere di sovranità: la legge impersonale e affilata del Corano maneggiata senza filtri ermeneutici, ma con dovizia di bombe e mitragliatrici, da un’avanguardia jihadista nata e degenerata qui. L’innesco sarà pure in Siria o in Iraq, ma la dinamite dorme sotto i nostri letti. Il terrore è vivo e alimenta i sogni agitati delle anime belle e ireniste così come le cattive coscienze di chi, dall’Eliseo alla Casa Bianca, dalla Libia alla Siria, ha voluto e vuole decapitare dittature sanguinarie senza saper arginare la trasformazione delle primavere arabe nel combustibile per la flânerie disumana dei tagliagole salafiti.

 

C’è insomma una questione religiosa, e non basta opporre che le principali vittime del surge islamista sono musulmani: una dichiarazione di guerra santa, ancorché unilaterale e magmatica, non cessa di essere tale per il fatto che i suoi bersagli rifiutano di riconoscerla. O per il fatto che i destinatari della fatwa stragista non sono soltanto cristiani ed ebrei, ma anche laici o pagani (come sanno bene gli Yezidi, sterminati sotto l’accusa d’idolatria, e come dimostrano le macerie archeologiche di Ninive e Palmira).Ma Parigi (e noi tutti con Parigi) quando riconoscerà che il terrore non è il fine cieco, è il mezzo chiaroveggente d’una guerra di conquista combattuta in forma asimmetrica? E che il terrorismo, nella sua canonizzazione accomodante di fenomeno sociale più che ideologico e religioso, è una categoria superata dagli eventi? Quando la “geometrica potenza di fuoco” di brigatista memoria è sorretta da un’escatologia trascendente, quando viene finanziata dal petrolio mediorientale e si raggruma in un Califfato con ramificazioni naturali e innesti riusciti nelle metropoli europee, c’è poco da sociologizzare: si chiama jihad e può concludersi solo con una vittoria o una sconfitta. E la strada per evitare una sconfitta presenta soluzioni drastiche, infelicitanti, poco al passo con la patologia rinunciataria che ostruisce le arterie vitali dell’Europa. Da oggi, per essere più chiari, il dieci per cento dei francesi dovrebbe sentirsi, et pour cause, l’osservato speciale in uno stato d’eccezione nel quale è lecito dragare ogni fondale sospettabile di offrire asilo fiancheggiatori, se non peggio. Da oggi (se non sia già tardi), ogni cittadino europeo deve scegliere se la propria sicurezza valga o no una inevitabile, proporzionata restrizione di libertà civili e riservatezza privata. La neutralità, in tempo di guerra, è una merce che si degrada in fretta.

 

[**Video_box_2**]“Why us? Once again”, scrive il New York Times dando voce allo stordimento sanguinante della Francia profonda, quella che in assenza di Lumi preferirà bersi i fumi del lepenismo e, perché no, un’amara sorsata di suprematismo europoide a sfondo crociato. E’ la stessa bevanda propinata da chi, come Matteo Salvini in Italia, immagina di risolvere il problema rendendo obbligatoria la lettura scolastica dei libri di Oriana Fallaci. Si può fare di meglio? A un patto, però, un patto che è anche un prezzo alto e indesiderato: sospendere il giudizio autoassolutorio sulle nostre democrazie relativiste e compassionevoli, ripartire dai fondamentali (sovranità, libertà, diritto all’autodifesa), perdersi forse un poco per non estinguersi. Non viviamo un’emergenza di ordine pubblico, qui l’alternativa è: Parigi o morte.

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