Una barca incagliata nelle secche del lago Orumieh

Il lago morto dell'Iran

Tatiana Boutourline
L’allegoria più potente del fallimento del regime degli ayatollah è l’agonia di Orumieh

Né oriente, né occidente”, sancì l’ayatollah Khomeini in uno dei suoi più celebri discorsi: la Repubblica islamica avrebbe percorso la sua strada in opposizione tanto al materialismo comunista quanto alla corruzione capitalista e, con l’islam come stella polare, gli iraniani si sarebbero acquattati nel grembo di uno stato con il carattere di un padre-padrone che non ammette cedimenti, ma ti ripaga con un modello di società più giusta. Archiviato il nepotismo dei Pahlavi, in Iran era arrivato il momento degli onesti e degli ultimi.

 

Non c’è allegoria più potente del fallimento di quel contratto sociale della lunga e apparentemente inarrestabile agonia del lago salato di Orumieh, il più grande bacino lacustre del medio oriente avviato a morte prematura dall’insipienza del regime. Orumieh è anche il nome dell’omonima cittadina nella regione iraniana dell’Azerbaigian, una terra che, storicamente, per via della sua prossimità con la Russia e la Turchia, è stata crocevia di molte idee e tentazioni diverse, dalla rivoluzione costituzionale del 1906-11 al comunismo.

 

Orumieh o Urmia, come il regime l’ha ribattezzata secondo l’antico nome assiro, che sta per “città dell’acqua”, era nota in persiano antico con il nome di Chichast ossia “scintillante”, un riferimento ai minerali sospesi nell’acqua del lago che gli regalano una particolare luminescenza. Gli azeri, che rappresentano la più popolosa tra le minoranze iraniane (circa un terzo della popolazione), venerano questo specchio d’acqua come un simbolo della loro identità e lo chiamano “il solitario turchese dell’Azerbaigian”.

 

Orumieh ha già sopportato lunghi periodi di siccità, ma negli ultimi quindici anni è arrivato a perdere il 90 per cento del suo volume d’acqua, per gli esperti si tratta di un disastro ecologico paragonabile al prosciugamento del lago di Aral, per gli iraniani è qualcosa di molto peggio, la “grande catastrofe” (fajeh -e-bozorg in farsi) che, di pari passo al tramonto di un prezioso ecosistema, rischia anche di allontanare dall’Azerbaigian milioni di persone.

 

“La maggioranza degli iraniani aspira a un avvenire migliore, ma sa anche che il paese dovrà affrontare un problema ancora più grave della questione nucleare – ha scritto in un articolo su Le Temps, a fine agosto, il decano dell’Institut de hautes études internationales et du dévéloppement di Ginevra, Mohammed Reza Djalili – Si tratta di un problema la cui responsabilità ricade sul regime e che, sfortunatamente, non potrà essere risolto da un negoziato nucleare”. Di “catastrofe” ha parlato espressamente anche l’ex ministro dell’Agricoltura Issa Kalantari in un’intervista al quotidiano Sharvand, in cui ha paragonato la gestione delle risorse idriche iraniane all’“anticamera di un genocidio”.

 

Il lago di Orumieh si estende (o meglio si estendeva) su una superficie di 5.200 chilometri quadrati e il suo parco nazionale ospitava 212 specie di uccelli, 41 di rettili e 27 di mammiferi, tra cui il raro daino persiano. Circa 5 milioni di persone dipendono dal lago per il loro sostentamento, ma la sua scomparsa rischia di essere pericolosa anche per chi vive in altre regioni, perché in questo bacino giacciono 8 miliardi di metri cubi di sale che, una volta prosciugato il lago, viaggeranno, trasportati dai forti venti del deserto, fino a corrodere le coltivazioni di altre dieci regioni iraniane, così come ad avvelenare le vicine terre turche, armene e azere (qui azere è inteso relativamente allo stato dell’Azerbaigian indipendente).

 

Kalantari sostiene che, se le cose rimarranno invariate, il 70 per cento della popolazione iraniana potrebbe essere costretta a lasciare il paese a causa della desertificazione. Collaboratore prima di Hashemi Rafsanjani e poi di Mohammed Khatami, Kalantari è uno dei consiglieri del governo per le questioni relative all’acqua, all’agricoltura e all’ambiente che il presidente Hassan Rohani ha ripetutamente definito “un’emergenza nazionale”, eppure, al netto delle dichiarazioni e delle decine di studi finora commissionati, a Orumieh non cambia niente: le delegazioni vanno e vengono senza lasciare traccia e il lago seguita a ritirarsi (secondo il quotidiano Etemaad, il livello dell’acqua scende di 3 millimetri ogni giorno).

 

Fino alla fine degli anni Novanta, i turisti solcavano le acque del lago e raggiungevano isolette rocciose come Shahi, dove le guide ripercorrevano le gesta di Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan e conquistatore di Baghdad. Sul lungolago c’erano ancora i ristoranti e i bungalow da cui ammirare pellicani e fenicotteri. Ora nessuno naviga né nuota e le carcasse dei fenicotteri sono intrappolate in un surreale deserto di sale. Tutto è arido vuoto e desolato. I pedalò a forma di cigno scandiscano un paesaggio lunare e le barche abbandonate arrugginiscono al sole. Dove un tempo si praticava sci d’acqua sono comparse un paio di piste di go-kart: qualcuno viene ancora al lago naturalmente, ma sono visite malinconiche. I residenti dei villaggi che ormai si vanno spopolando raccontano che passano di rado perché la vista del lago è assimilabile a quella di un amore che muore.

 

A Orumieh non ci sono più mandorli e a ricordare i tempi che furono rimane solo il fango con cui si cospargevano i bagnanti, anche se spesso quel fango è irrimediabilmente polvere. E la polvere non porta nulla di buono quando si unisce al sale e ai minerali molto concentrati presenti sul letto del lago. Di pari passo alle tempeste cresce l’incidenza dell’ipertensione, dei tumori al polmone e degli aborti spontanei.

 

“Vivere qui – ha spiegato il coordinatore delle Nazioni Unite per l’Iran, Gary Lewis, al New York Times – significa abitare in una tazza di sale con la polvere che ti soffia intorno e un un mulinello che ti risucchia. Quando riemergi trovi un paesaggio da fine del mondo”. Per anni le autorità hanno imputato la malattia del lago al riscaldamento globale e alle conseguenze nefaste di dieci anni di siccità (“Pensano davvero di poter comandare al lago di non prosciugarsi e se l’ordine viene disatteso credono che ci sia in atto una qualche cospirazione”, ha detto sconsolato Amir Arjomand, già consigliere di Mir Hossein Moussavi).

 

E’ vero che nelle ultime due decadi le piogge sono diminuite del 20 per cento. “Siamo davanti a un futuro più torrido e più asciutto in questa regione e l’Iran è l’epicentro di questa crisi”, ha spiegato il coordinatore dell’Onu Lewis, ma nonostante in Iran cadano soltanto 200 mm di pioggia l’anno, un terzo della media globale, e il 75 per cento solo sul 25 per cento del suo territorio, Teheran vanta un’importante storia di ingegneria idraulica – illustrata in primo luogo dai qanat, cunicoli verticali simili a pozzi collegati da un canale sotterraneo in lieve pendenza che consente all’acqua di fluire per mezzo della gravità dalla falda acquifera alla destinazione finale anche per lunghe distanze e senza perdere grandi quantitativi d’acqua a causa dell’evaporazione – che in passato le hanno permesso di superare periodi altrettanto poveri di precipitazioni. Secondo gli storici, senza i qanat il 75 per cento delle terre arate in Iran sarebbe rimasto alla mercé del deserto e chissà cosa ne sarebbe stato dei lussureggianti giardini persiani raffigurati nelle miniature.

 

Sul banco degli imputati della catastrofe di Orumieh ci sono l’arroganza del regime e anche il rifiuto di quel modello tradizionale. Negli anni Cinquanta in Iran arrivò l’estrazione meccanica dell’acqua attraverso pozzi animati da potenti turbine. La novità fu presentata da un lato come una panacea contro la siccità e, dall’altro, come un mezzo per eliminare il tradizionale controllo dei latifondisti sui loro contadini. I proprietari terrieri erano responsabili della manutenzione e del buon funzionamento dei qanat e detenevano quindi il potere sull’acqua. Erano gli anni della Rivoluzione Bianca che aboliva il feudalesimo e distribuiva le terre dei possidenti agli agricoltori a un prezzo inferiore del 30 per cento rispetto al valore di mercato. Un milione e mezzo di famiglie di contadini possedevano ora le terre che avevano coltivato per tutta la vita e felicemente cominciarono a cercare acqua a buon mercato investendo in pozzi meccanizzati. A poco a poco iniziò il declino dei qanat.

 

Nello stesso periodo cominciarono a essere costruite le prime dighe, il più delle volte con l’aiuto di società straniere. Lo scià ne realizzò 14 in 38 anni, la Repubblica islamica più di 500 in 25. Ali Khamenei ha più volte sottolineato il primato: “Nel precedente regime i nostri ingegneri non avevano l’opportunità di costruire né di crescere dal punto di vista scientifico e tecnologico perché lasciavano tutto nelle mani degli stranieri. Oggi i nostri ingegneri costruiscono dighe, centrali idroelettriche, autostrade, ferrovie e fabbriche”.

 

Costruire, costruire, costruire fu il mantra della presidenza Rafsanjani. La popolazione aumentava (fino a raddoppiare), bisognava crescere, dimostrare di essere forti e indipendenti, essere migliori e più veloci degli esperti pagati dallo scià. Costruire per accontentare buoni bacini elettorali, costruire per sistemare “gli amici degli amici”. Così dalla fine degli anni Ottanta il regime iniziò a pianificare infrastrutture idrauliche sulla base di considerazioni di fattibilità piuttosto che di opportunità sociale, culturale e scientifica. “Sfortunatamente – ha spiegato al Guardian il professor Kaveh Madani dell’Imperial College di Londra – questa prospettiva autarchica ha trascurato il fatto che molti paesi sviluppati stanno invece smantellando le dighe a causa delle loro nefaste ripercussioni ecologiche”.

 

Il cortocircuito tra nazionalismo, sviluppo aggressivo e dighe è tragicamente visibile a Orumieh. Più di 37 sbarramenti sono intervenuti a deviare il corso di fiumi che nutrivano il lago, un saccheggio cui hanno contribuito anche il “pragmatico” Rasfanjani e il “mite” Khatami, ma di cui il principale responsabile è l’ex presidente-pasdaran Mahmoud Ahmadinejad. Forte della sua laurea in ingegneria, ha affidato a Khatam al Anbia, la potente corporation delle Guardie rivoluzionarie, tutti i progetti, di fatto polverizzando qualsiasi tipo di concorrenza. Non è chiaro quanto sia stato speso per portare a termine queste infrastrutture, ma secondo gli analisti si tratta di cifre seconde solo agli investimenti nel gas e nel petrolio.

 

Nelle montagne sopra Orumieh, Ahmadinejad ha preso in mano i lavori della diga di Chahchai che adesso vanta un bacino artificiale tutto suo per i contadini della zona. Il 90 per cento di quell’acqua sarebbe naturalmente fluita verso Orumieh. Difficile pensare a un intervento più dannoso, ma Ahmadinejad si è ancora una volta superato dividendo a metà il lato est e quello ovest del lago con una strada sopraelevata lunga 15 chilometri che unisce le due città principali dell’Azerbaijian, Tabriz e Orumieh, non un ponte che avrebbe consentito all’acqua di circolare da una parte all’altra, ma un ennesimo sbarramento che, oltretutto, aumenta i livelli di salinità. Il colpo di grazia.

 

Migliaia di persone hanno manifestato in questi anni contro l’insensatezza della gestione del lago. Nel 2009 dimostrarono la loro disperazione svuotando bottiglie di “lacrime” nel lago. Nel 2010 e nel 2011 altre manifestazioni pacifiche finirono con centinaia di persone arrestate e, nel 2011, con due morti. Quell’anno la polizia caricò brutalmente i manifestanti e nei video su You Tube si vedono le forze antisommossa che impugnano bastoni e lanciano gas lacrimogeni per disperdere ragazzi che gridano: “Il lago ha sete”. A Teheran è andata in scena una pièce intitolata “La terra salata” e la questione del lago risuona periodicamente anche negli stadi dove la Tractor Sazi, la squadra di calcio di Tabriz, scandisce slogan sulla grande catastrofe. La regione dell’Azerbaigian è di grande importanza strategica sia dal punto di vista agricolo sia come principale via di transito per le esportazioni verso la Turchia, l’Asia Centrale e l’Unione europea e il regime reprime l’insofferenze con il pugno di ferro (sono stati arrestati anche molti supporter del Tractor Sazi) anche per impedire che le rivendicazioni ecologiste si trasformino in istanze indipendentiste.

 

Hassan Rohani ha interrotto la costruzione di cinque nuove dighe, costituito una task force dedicata al lago e promesso l’equivalente di 5 miliardi di dollari per salvarlo. E tuttavia in Azerbaigian la popolazione resta scettica (“compreranno l’acqua dai cinesi?”, ha detto un residente al Guardian), il governo locale si lamenta di venire escluso dalle scelte di Teheran e gli esperti mettono in guardia: entro due anni non rimarrà niente di cui parlare.

 

Nel frattempo i contadini strappano le radici degli alberi morti e si disperano perché l’acqua che estraggono dai pozzi è talmente salata che persino il bestiame non osa toccarla.

 

[**Video_box_2**]Un’altra trovata di Ahmadinejad fu di liberalizzare le concessioni per i pozzi: oggi nella zona ci sono trentamila pozzi legali e un numero imprecisato di pozzi illegali, e siccome le falde acquifere sono state saccheggiate si deve scavare sempre più a fondo. A Sulduz, un paesino che si affaccia sul lago, dieci anni fa si cercava acqua a 30-40 metri, ora neanche a 70 metri si trova più niente e se per caso l’oro blu infine si materializza, l’80 per cento viene comunque perso perché troppi agricoltori allagano ancora la terra senza considerare che, in un clima come quello iraniano, in questo modo, l’acqua evapora. Una serie di progetti pilota per l’irrigazione a goccia sta dando risultati incoraggianti, ma è troppo poco, troppo tardi (un recente convegno organizzato dall’Iran in cooperazione con le Nazioni Unite ha stabilito che i programmi messi in atto dal 2010 non hanno fin qui prodotto effetti significativi) e l’amministrazione Rohani, neutralizzata da interessi contrastanti, pare inconsapevole del fatto che la crisi di Orumieh non è un dramma locale, ma la spia di un una catastrofe potenzialmente molto più ampia – l’Iran si sta desertificando e se ha sete il lago azero, ha sete anche quello di Hamoun, nell’Iran orientale, al confine con l’Afghanistan ed i corsi d’acqua in Khuzestan e lo Zayanderud ad Esfahan – che dovrebbe spingere il regime a riflettere su quale tipo di sviluppo stia davvero inseguendo.

 

Il paradosso è che l’economia post rivoluzionaria ha sempre privilegiato il profitto, il che sarebbe legittimo se non fosse che la retorica rivoluzionaria predicava un mondo nuovo, diverso da tutti gli altri, un mondo in cui le fabbriche finanziate dallo stato non avrebbero dilapidato l’acqua destinata ai villaggi. Un mondo severo, ma un mondo giusto.

 

Per il consigliere Kalantari la sparizione del lago “è una minaccia peggiore di quella rappresentata dagli Stati Uniti o da Israele, dobbiamo ammettere che non abbiamo saputo difendere la nostra eredità”, ma Rohani si contenta delle promesse e nessuno ricorda più che la parola “paradiso” deriva dall’antica parola persiana, pairidaeza, “giardino celeste”. E’ proteggendo l’acqua dal deserto che l’Iran ha costruito una civiltà, ma a Teheran se lo sono dimenticato.

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