La guerra italiana

L’intervento in Iraq ha senso se prevede il sostegno aereo dei curdi. Non aiutiamo le milizie sciite a terra

7 Ottobre 2015 alle 11:22

La guerra italiana

Una foto della città siriana di Kobane dopo la riconquista da parte dei curdi (foto LaPresse)

Roma. L’Italia può bombardare in Iraq i tagliagole dello Stato islamico per dare copertura aerea ai tagliagole delle milizie sciite al comando dell’Iran? L’Italia può partecipare attivamente a una guerra i cui capisaldi strategici sono crollati? Su queste due questioni va incardinata la decisione dell’Italia sull’opportunità di bombardare l’Iraq con la coalizione internazionale che combatte lo Stato islamico in Iraq e Siria. Molteplici e autorevoli sono le denunce dei crimini delle milizie sciite irachene. La più alta autorità religiosa sunnita, al Tayeb, grande imam di al Azhar, mesi fa ha proclamato: “Al Azhar esprime le sue preoccupazioni per le decapitazioni e le aggressioni contro pacifici cittadini iracheni, del tutto estranei allo Stato islamico, commesse dalle milizie sciite alleate con l’esercito iracheno a Tikrit e nell’Anbar.

 

Queste milizie hanno bruciato moschee sunnite e ucciso donne e bambini sunniti. Condanniamo fermamente i crimini barbari che le milizie sciite commettono nelle zone sunnite che le forze irachene hanno iniziato a controllare”. Il giudizio è stato ribadito da Massour Barzani, capo dei servizi segreti del Kurdistan: “Le milizie sciite sono un pericolo maggiore dello Stato islamico”. Eloquente è il report di Amnesty International dell’ottobre del 2014: “Agghiaccianti resoconti di attacchi settari compiuti dalle milizie sciite a Baghdad, Samarra e Kirkuk. Decine di corpi non identificati rinvenuti in tutto il paese, ammanettati e con fori di proiettili alla nuca, secondo uno schema di uccisioni deliberate nello stile di un’esecuzione”. Definitivo – e pesante – è il giudizio del generale David Petraeus, l’unico che ha sconfitto militarmente Abu Bakr al Baghdadi e lo ha costretto a fuggire dall’Iraq.

 

“Le milizie sciite e l’Iran che le sostiene rappresentano a lungo termine per l’Iraq e per gli equilibri regionali una minaccia più grave dell’Is – ha detto Petraeus – E’ una Chernobyl geopolitica che continuerà a diffondere instabilità radioattiva e ideologia estremista nell’intera regione fino a che non sarà bloccata”.

 

Veniamo al fallimento della strategia irachena di Barack Obama, basata sulla fine della politica settaria di Baghdad nei confronti dei sunniti, causa del consenso – il termine è questo – allo Stato islamico da parte della maggioranza delle tribù sunnite dell’Anbar, e sull’affidamento sul solo esercito iracheno del contrasto di terra. Ma il nuovo governo di Baghdad non ha incluso nel governo i sunniti e ha favorito la fuoruscita dall’esercito iracheno (sempre più inefficiente) di migliaia di militari, per riversarli nelle milizie sciite, comandate dal generale dei pasdaran  Qassem Suleimani.

 

[**Video_box_2**]Le indispensabili informazioni da terra fornite ai nostri bombardieri saranno ora filtrate dalla nuova centrale operativa dei servizi e delle operazioni militari di Baghdad, che comprende solo Iraq, Iran e Russia. Rischiamo dunque di colpire obiettivi scelti da un comando in cui giocano un ruolo decisivo Mosca e Teheran.

 

L’unica scelta saggia è dunque continuare nel sostegno militare e politico del Kurdistan iracheno (che esiste solo grazie alla “deprecata guerra di George W. Bush”), non comprometterci nel supporto aereo delle operazioni di terra di un governo e di milizie sciite settarie. E soprattutto attendere che sia elaborata una non fallimentare strategia di contrasto allo Stato islamico. Sfidare ulteriormente Von Klausewitz, impegnandosi in guerre senza politica è un non senso.

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