Il day after del referendum e la vera data chiave per la Grecia

Tre scenari per il referendum di domenica, e occhio alla data chiave del 20 luglio, quando Atene dovrà rimborsare 3,5 miliardi di euro alla Bce

2 Luglio 2015 alle 14:18

Il day after del referendum e la vera data chiave per la Grecia

Manifestanti in favore del "sì" al referendum greco lo scorso 30 luglio (foto LaPresse)

Bruxelles. Se i greci domenica voteranno “no” al referendum indetto dal premier Alexis Tsipras, “non ci sarà posto per la Grecia nella zona euro”, ha detto il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem davanti al parlamento olandese. “Ora è il momento che i greci decidano il loro futuro”, ha spiegato il portavoce del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Il messaggio non è ancora passato ad Atene, dove il governo Tsipras continua a sostenere che un “no” rafforzerà la sua posizione negoziale con i creditori. Ma almeno il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, ha aperto la porta a un possibile compromesso, annunciando le sue dimissioni in caso di vittoria dei “sì”. La testa di Varoufakis è il minimo che i creditori europei esigono per cercare di arrivare a un accordo entro il 20 luglio, quando Atene dovrà rimborsare 3,5 miliardi di debito alla Banca centrale europea. Molto più grave di un arretrato nei confronti del Fondo monetario internazionale, un default nei confronti della Bce provocherebbe una reazione a catena fino alla Grexit.

 

Comunque andrà, il Day after del referendum sarà doloroso per i greci. Il voto di domenica, in sostanza, può produrre tre scenari. Il successo del “no” porterebbe a una rottura definitiva tra la Grecia e i suoi creditori, spingendo la Bce a tagliare la liquidità di emergenza del programma ELA immediatamente, o dopo il mancato rimborso il 20 luglio dei 3,5 miliardi di titoli greci comprati nel 2010. "Non è rimasto un briciolo di fiducia. I creditori probabilmente concluderebbero che un 'no' è un 'no' e che non c'è più ragione per discutere di un accordo", ha spiegato Hugo Dixon nella sua Breakingviews di Reuters. “La conseguenza immediata è che le banche rimarrebbero chiuse". Dopo una settimana "esaurirebbero tutti i contanti”. Secondo Dixon, l'unico modo per riaprire le banche sarebbe di "reintrodurre la dracma o confiscare una parte del denaro dei depositi e convertirli in nuovo capitale per le banche". Ma anche un “sì” potrebbe portare allo stesso esito, se Tsipras deciderà di aggrapparsi al potere con l'attuale maggioranza.

 

La rottura dei negoziati, il referendum e la campagna per il “no” di Tsipras hanno reso il primo ministro greco e il suo ministro delle Finanze “persona non grata” tra i creditori. Una vittoria del “sì” obbligherebbe gli europei a riprendere le trattative con Tsipras, ma sarebbe una finzione per nascondere una lenta agonia. Non c'è volontà di arrivare a un compromesso con l'attuale governo entro la data chiave del 20 di luglio. Diversi ministri europei hanno chiarito che le condizioni per il nuovo pacchetto di aiuti chiesto dalla Grecia – 29 miliardi per due anni – sarà più duro in termini di riforme e misure di bilancio della “lista di azioni prioritarie” che il premier greco ha rifiutato. Dijsselbloem ha spiegato che la promessa del 2012 di discutere uno sconto sul debito una volta che Atene avrà mantenuto gli impegni “non è più valida”.

 

[**Video_box_2**]Per evitare il default nei confronti della Bce e il pericolo di una Grexit, oltre al “sì” domenica, gli europei esigono un governo di unità nazionale, con l'ingresso nella maggioranza dei partiti pro europeisti (i conservatori di Nuova Democrazia, i socialisti del Pasok e i liberali di To Potami). “Il nuovo governo sarebbe nella posizione di concludere un miglior accordo di Tsipras”, ha spiegato Dixon. Le condizioni in cambio degli aiuti sarebbero dure in termini di riforme, ma leggere sugli obiettivi di bilancio. Ma la Grecia, la sua economia e le sue banche si troveranno “in una posizione molto peggiore” rispetto a quella in cui era prima dell'elezione di Tsipras. Nello scenario migliore Dixon prevede due anni di recessione. L'analista di Reuters è convinto che, dopo il referendum, si debba passare da "nuove elezioni", con l'opposizione che si presenterebbe come "fronte unito". In realtà, a meno di non trovare una soluzione creativa, non c'è tempo di andare al voto prima del 20 luglio, quando la Grecia dovrà fare i conti con la dea Bce.

 

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