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Il grande massacro dei blogger laici

Nove critici dell’islam uccisi in Bangladesh, l’ultimo mercoledì. E i terroristi devono ancora terminare la loro “lista”. Ma nessuno in occidente dice “Je Suis Avijit Roy”. Vittime inghiottite da una trasparenza sinistra.

13 Maggio 2015 alle 17:23

Il grande massacro dei blogger laici

Alcuni attivisti manifestano per l'uccisione del blogger Avijit Roy a Dacca (foto LaPresse)

Roma. Non erano famosi come i giornalisti e gli scrittori inseriti da al Qaida nella lista pubblicata sul magazine Inspire – personalità come Salman Rushdie, Ayaan Hirsi Ali, i vignettisti danesi e il direttore di Charlie Hebdo, Stephane Charbonnier. Ma i blogger assassinati erano anche loro finiti in una “hit list” islamista di obiettivi da eliminare. Uccisi per le loro parole. Non li hanno eliminati con il kalashnikov, come i redattori di Charlie Hebdo, ma con il machete, la lama del genocidio ruandese. Non è avvenuto nel cuore di Parigi, ma nel lontano Bangladesh, uno degli stati più giovani al mondo, sorto nel 1971. E per questi blogger nessuno in occidente lancerà lo slogan “Je Suis Avijit Roy”. Come se la violenza totalitaria che si abbatte su di loro avesse una diversa densità rispetto a chi pubblica su carta.

 

Mercoledì è stato assassinato Ananta Bijoy Dash, un blogger scannato per aver scritto per Mukto-Mona, ovvero Liberi Pensatori, il sito internet che l’americano-bengalese Avijit Roy gestiva prima di essere ucciso, lo scorso a febbraio. Poi è stato assassinato Oyasiqur Rahman, che scriveva sotto lo pseudonimo di “Brutto Anatroccolo”. Poche ore prima di essere ucciso, Ananta aveva postato un articolo in difesa degli scrittori laici. Dunque tre scrittori della rete, tre blogger, sono stati fatti fuori in soli tre mesi dai fondamentalisti islamici.

 

Nel 2013, il gruppo islamico Ansarullah aveva compilato una lista di 84 obiettivi da colpire. Venne diffusa dopo che cinquecentomila musulmani marciarono per le città del Bangladesh gridando “impiccate i blogger atei”. Il leader di al Qaida, il medico Ayman al Zawahiri, disse che “l’ateo governo del Bangladesh protegge coloro che ridicolizzano il Profeta” e che costoro dovevano essere uccisi. Di quella lista, nove sono stati già eliminati: Roy, Rajeeb Haider, Jafar Munshi, Mamun Hossain, Jagatjyoti Talukder, Arif Hossain Dwip, Ziauddin Zakaria Babu, Oyasiqur Rahman e adesso Ananta.

 

Fra i blogger sopravvissuti c’è chi ha abbandonato la scrittura. Come Ananya Azad, che ha lasciato il suo lavoro a un giornale, ha cessato le pubblicazioni online dopo le minacce di morte e adesso si limita a fare commenti su Facebook. Ma le stragi continueranno, perché gli islamisti non hanno ancora ottenuto il loro scopo: il silenzio, il buio virtuale. Dopo ogni omicidio ideologico, centinaia di blogger e comuni cittadini si riversano di fronte alle sedi del governo o della polizia per manifestare. Senza di loro, il mondo islamico non potrebbe mai aprirsi alla libertà di parola, che i fanatici chiamano “blasfemia”.

 

La guerra ai blogger ipoteca anche il destino della più grande democrazia islamica del mondo, il Bangladesh con i suoi 160 milioni di abitanti, sospeso fra laicità e fondamentalismo, common law inglese e Corano, l’islam che vuole adattare lo stato alla sharia (come in Pakistan) e lo spirito laico che vuole separare la politica dalla religione (come in India). La scrittrice bengalese Taslima Nasreen, opinionista, poetessa, saggista, autrice di cinque romanzi, fra cui “Vergogna”, oggetto di malanimo, di avversione, di disprezzo sul pianeta islam, sopravvissuta finora a una fatwa, mercoledì si domandava: “Chi sarà il prossimo? Forse tu. Forse io”. Arif Jebtik, un attivista di primo piano e uno dei vincitori del premio Bobs nel 2011, il cui nome figura nella lista di morte dei blogger, ha detto che la hit list “è stata aggiornata negli ultimi due anni e adesso vengono uccisi regolarmente, su base mensile”.

 

Le immagini che arrivano dal Bangladesh, oltre che dei morti ammazzati riversi in laghi di sangue, sono quelle di computer sequestrati dalla polizia in cerca di “prove”, schermi frantumati dagli assalitori, tastiere spezzate e bruciate. E’ la nuova frontiera dell’intolleranza ideologica e ricorda le immagini di Rushdie bruciate in effigie nelle piazze del mondo arabo islamico (e in Europa) nel 1987.

 

[**Video_box_2**]Commentava mercoledì giustamente il Guardian: “Come Raif Badawi, imprigionato e frustato in Arabia Saudita, gli uomini coraggiosi che sono stati uccisi sono colpevoli di onestà e integrità. Queste sono le virtù che i fondamentalisti e fanatici non possono sopportare. La lotta per la libertà di parola, di libera ricerca e per la libertà di ateismo è una lotta contro la vigliaccheria e il conformismo, e contro tutti quelli che vorrebbero schiacciare la verità e la fantasia in una bara angusta di ortodossia. L’omicidio pubblico degli intellettuali scomodi è una barbarie. I governi occidentali, e quello del Bangladesh, devono fare molto di più per difendere la libertà e per proteggere la vita”. Senza dimenticare il caso, in Iran, del blogger Soheil Arabi, da poco incarcerato per aver pubblicato in rete “materiale offensivo sul Profeta” e accusato di “diffondere la corruzione sulla terra”. Tre anni fa un altro blogger, Mir Sayafi, venne ritrovato suicida nella sua cella a Teheran.

 

Per adesso a malapena la notizia stessa di questa strage di blogger laici trova posto sui giornali occidentali. Le loro storie, eroiche e tragiche, restano come avvolte in una trasparenza sinistra. Per riprendere un titolo di André Glucksmann, “Silence, on tue”, silenzio, si uccide. Mercoledì i terroristi a Dakka hanno diffuso intanto la loro lista aggiornata degli obiettivi. Con una grande X rossa sul volto dei blogger che non scriveranno mai più.

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