Perché i sondaggi virtuali continuano a ingannarci

I polls traditi alle elezioni inglesi. Cameron ha vinto per aver garantito occupazione, reddito, ripresa industriale e dei servizi non solo finanziari. L'inconcludenza, fuor di sondaggio, dei Grillo e dei Farage - di Giuliano Ferrara

8 Maggio 2015 alle 12:51

Perché i sondaggi virtuali continuano a ingannarci

Il premier inglese David Cameron (foto LaPresse)

Polls in inglese vuol dire elezioni. Polls in inglese vuol dire sondaggi di opinione. Le elezioni sono sondaggi di opinione vincolanti per le istituzioni. I sondaggi di opinione sono elezioni virtuali non vincolanti. Hanno lo stesso nome, i due eventi.

 

In Italia è stato Silvio Berlusconi a introdurre i polls e a renderli illusionisticamente vincolanti per quasi tutto ciò che pertiene alla decisione politica. Sondaggi che erano, nel mondo anglosassone e in origine negli Stati Uniti d’America (la società Gallup, ricordate?) uno strumento di ricognizione molto importante, importante quasi quanto le elezioni che alla ricognizione stabiliscono un riferimento definitivo a data fissa o mobile (gli americani le date delle elezioni le hanno in Costituzione, trovata geniale per l’empowerment degli elettori). Berlusconi dal 1994 usava i sondaggi come modernizzazione della politica e come effettività democratica del rapporto tra elettori ed eletti, prima e dopo il voto. Tutto per lui era sondaggio. Lo prendevano in giro, anzi, lo demonizzavano. E’ marketing aziendale, dicevano gli asini con sufficienza. Invece era il linguaggio comunicativo, non privo di inconvenienti e di controindicazioni, ma inevitabile, del modo attuale e globale di fare politica. Un linguaggio adottato ovunque, come quello televisivo, per fare un esempio molto berlusconiano. Ovunque.

 

Di tanto in tanto il reale si prende le sue rivincite sul virtuale. E’ una buona cosa. Tempera fino a dissolverlo l’elemento magico di fiducia inconcussa nei sondaggi. E’ successo in parte nelle elezioni del 2013 in Italia, caso molto specifico e condizionato da varianti particolari (il governo tecnico, la posizione di Berlusconi stesso, l’alito pesante della magistratura, il fiato grosso del partito di Bersani, lo sberleffo inutile del comico). E’ successo alle elezioni eureopee in cui nessuno aveva previsto la galoppata di Matteo Renzi fino al 40 e più per cento. Nella vittoria di Netanyahu in Israele lo stordimento è stato totale. Da ultimo nella vittoria di Cameron, di nuovo una smentita ai polls virtuali, dalla depressione all’euforia borsistica.

 

Era normale che Bibi vincesse, magari con forzature sul filo di lana. Ed è stato normale che un governo capace di garantire al suo paese slancio e ripresa dalla crisi generale, quello dei conservatori britannici, sia stato confermato. Normale che Renzi fosse percepito come la barriera contro la stupidità passatista dei suoi avversari, e come una speranziella. Anormale era l’euforia prospettica pro Herzog, il non sperimentato sognatore della sinistra israeliana fattasi partito della nazione sionista in quattro e quattr’otto. Anormale l’idea di un blocco fondato su una smentita della politica del Chancellor Osborne e di Cameron per l’occupazione, il reddito, la ripresa industriale e dei servizi non solo finanziari, il rilancio compiuto e raddoppiato di Londra come capitale del mondo degli affari.

 

E ora? Ora bisogna usare i polls virtuali con discrezione, e per l’Italia bisogna fare un ragionamento semplice, realistico. Salvini e Grillo non vanno da nessuna parte, con Farage e la figlia di Jean-Marie Le Pen, pur tanto diversa da loro e più concreta. Le nuove opposizioni alla Fitto e Brunetta sono perdute nel vuoto acustico del loro chiasso, sono pure vibrazioni senza importanza. Berlusconi, polls o non polls, ha una sola strada. Trovare un nucleo di classe dirigente, che in parte ha già in casa, capace di emulare Renzi sul piano del governo del paese e delle politiche di rilancio dopo la crisi, e di competere con lui con autorevolezza, con lui che è l’emulatore e il competitore di Berlusconi da sempre, invece che il suo nemico assoluto. E questo comunque vadano le sconclusionate regionali affrontate dal centrodestra senza uomini e senza una politica. Per gli esteti non è una notizia affascinante, lo capisco, ma per chi ama la politica come arte del possibile è l’unica notizia sensata dopo la vittoria di Cameron e la crisi dei polls, quelli di mera ricognizione.

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