La miscela dei Tory è poco esplosiva, ma Cameron resta un asset, tra occhi chiusi e un po’ di trash

Ha sbagliato squadra, David Cameron. Lui, che in passato si era detto sostenitore dell’Aston Villa, ha fatto una battuta da tifoso del West Ham nell’ultima di quella gustosa serie di mosse in cui i politici inglesi, uno più altoborghese dell’altro, cercano di sembrare popolari.

3 Maggio 2015 alle 06:18

La miscela dei Tory è poco esplosiva, ma Cameron resta un asset, tra occhi chiusi e un po’ di trash

David Cameron (foto LaPresse)

Londra. Ha sbagliato squadra, David Cameron. Lui, che in passato si era detto sostenitore dell’Aston Villa, ha fatto una battuta da tifoso del West Ham nell’ultima di quella gustosa serie di mosse in cui i politici inglesi, uno più altoborghese dell’altro, cercano di sembrare popolari. Il premier si è poi corretto, dicendo che è stato “uno di quei momenti”, ma l’anno in cui la sua Aston Villa del cuore ha vinto la coppa Uefa manco lo sapeva.  Era i 1982, e all’epoca sia squadra che partito se la passavano molto meglio. Non che a otto giorni dalle elezioni i sondaggi siano deprimenti – alcuni parlano addirittura di un vantaggio di 6 punti – ma pure la stampa amica fa presente che i Tory, che continuano a vedersi come il “god-given party of government”, il partito di governo eletto dal signore, non riescono a piazzare una vittoria degna di questo nome dai gloriosi tempi del placido John Major. Ventitré anni fa. Di vincere da soli non se ne parla quasi, ma bisogna fare finta: l’elettore britannico è di animo bipartitico, vuole formazioni politiche autosufficienti, “se iniziamo a parlare di alleanze già adesso il messaggio si fa troppo deprimente”, spiega una giovane spin doctor. Il risultato è una campagna un po’ schizofrenica in cui, come scrive Bill Emmott sul Financial Times, “la maggior parte del comportamento politico rimane legato al vecchio mondo” di un “governo monopartito”.
Ma cosa sta facendo, Cameron? Cinque anni fa c’erano gli alberi, le biciclette, i cani, la Big Society, il conservatore giovane e quasi belloccio, moderno e dinamico, con il suo alleato Lib-Dem giovane, pronto a fare la differenza. Tutto sapeva di nuovo. Ora c’è una “Good Life” dal retrogusto un po’ senile, roba da andarsi a comprare sedie nuove per il giardino e godersi la ripresa economica con un Pimm’s in mano, anche se certo questa crescita in calo allo 0,3 per cento nel primo trimestre poteva essere un po’ meglio, ma tutti dicono che è solo un leggero tremolio e che la gente, a Londra, è ottimista. Ma questa Buona Vita fa sognare o si limita a non far venire incubi? Nel partito nessuno è troppo convinto, l’ex speechwriter Danny Kruger ha criticato una campagna senza energia, i finanziatori lo trovano noiosissimo e Private Eye, magazine perfido, ha messo in prima pagina una foto del leader conservatore in cui ha gli occhi chiusi, sembra dormire. “ZZZ”, recita la didascalia, “Cameron ha colto lo spirito delle elezioni”.

 

Cameron fa l’uomo di stato, ma di uno stato tutto chiuso, visto che di politica estera non si parla e pure coi confini incerti, con la Scozia sotto l’incantesimo del tacco dodici di Nicola Sturgeon. Il premier è tanto istituzionale, ma ogni tanto si lascia andare ad attacchi non proprio da uomo di stato. Agli attivisti Labour ha detto che le loro critiche secondo cui i Tory pensano solo ai ricchi se le possono mettere “dove non batte il sole”, prima di passare a citare l’Arnold Schwarzenegger attore. Gli uomini bruti e violenti lo ispirano, evidentemente: alla radio ha raccontato di aver trovato il coraggio di chiedere a Samantha di sposarlo una sera che guardavano “Mean Streets” di Martin Scorsese (titolo italiano: “Domenica in chiesa, lunedì all’inferno”, ma vabbé).
“Ma alla fine dà un grande senso di sicurezza alla gente, che lo preferisce a Miliband”, spiega al Foglio la spin doctor Tory, secondo cui non c’è dubbio che sia “un asset” per tutta la campagna. Soprattutto ora che l’effetto “se solo ci fosse Boris al posto suo” si è sgonfiato per via della figura un po’ modesta fatta dal sindaco di Londra Johnson con Ed Miliband davanti ad un Andrew Marr molto divertito. Insistendo come di consueto sulle origini upper class del laburista – eravamo a scuola insieme, no? – Johnson non è riuscito a metterlo a tappeto su una questione come la non-dom tax, esenzione insensata in teoria ma che da 200 anni attira capitali enormi a Londra e la cui abolizione rischia di costare più di quanto porterebbe all’erario. E’ risultato offensivo, risentito e fuori fuoco, soprattutto quando ha accusato Miliband di voler fare al paese più male di quanto abbia già fatto a suo fratello. Il dibattito è stato un successo per il leader dei Labour, ma è servito soprattutto a Cameron, che ha almeno accantonato un fantasma che lo perseguita almeno quanto David Miliband continua, dal suo eremo statunitense, a pesare su Ed.

 

Ma poi ci sono le battaglie locali, su cui si gioca tutto. Spiega la spin doctor, alle prese con un deputato dell’Essex in lotta per la riconquista del seggio, che “noi parliamo solo dei risultati raggiunti e del fatto che se c’è un’economia in crescita ci saranno più entrate, la gente spenderà di più nei negozi, si potrà dare di più alla sanità pubblica”. E questo funziona, tanto più che in questo momento i britannici hanno in mente solo l’economia, anche se in pochi lo ammettono apertamente. Quanti lettori del Guardian benestanti avranno il coraggio di votare per la mansion tax? “I laburisti continuano ad avere più appeal tra i giovani, più volontari, sono più visibili, mentre i Tory hanno un problema di immagine, ma alla prova dei fatti la gente vuole la sicurezza”. L’unica incertezza che viene con i Tory riguarda il referendum sull’Europa, che Cameron ha promesso e che effettivamente, ammettono in molti, è un problema. “Ma la scelta è tra una cosa che forse succede, ossia l’uscita dalla Ue, e una cosa che succede di sicuro, ossia l’aumento delle tasse”.

 

[**Video_box_2**]L’Europa è sparita dai radar per una seria di motivi, il primo dei quali è che poi tocca parlarne nei termini semplicistici dettati da Nigel Farage e dall’Ukip. L’Essex è una zona un po’ Ukip, ma ormai quella, per i conservatori, è una battaglia da lasciar cadere senza preoccupazioni. “Rispetto a un anno fa abbiamo perso un sacco di persone a cui non piace dove sta andando il paese”, ma ora l’allarme è rientrato, Ukip potrebbe prendere solo un seggio secondo gli ultimi sondaggi, e nell’elettorato “sono rimasti solo i duri e puri, quelli scontenti comunque”, inutili da inseguire. 

 

Nulla è dato per certo

 

Pure il Thanet potrebbe tornare nelle mani del “nasty party” conservatore dopo aver rischiato di scivolare in quelle del “nastier party” di Farage. Laura Sandys, bionda cinquantenne ex deputata Tory in South Thanet, ne è convinta. “La carovana dell’Ukip non mi pare stia andando benissimo, ho l’impressione che non abbiano fatto abbastanza ricerca sulla costituency, se l’avessero fatta avrebbero capito che non stavano andando affatto sul sicuro” con il seggio di Farage, spiega al Foglio. Sandys, il cui padre era sposato con la figlia di Churchill in prime nozze, è una rara Tory europeista, ma non si sorprende che la politica estera sia del tutto assente da queste elezioni. “In quale grande paese gli elettori si eccitano parlando di Europa o di esteri?”. Anche perché quando fanno finta di discutere di Europa i britannici parlano di altro, “di controllo, di rapporto con il potere, di problemi che nessun partito vuole affrontare”, sottolinea un’altra fonte Tory che appena si passa a parlare d’Europa chiede anonimato, non sia mai.

 

Non è una miscela esplosiva, quella dei conservatori, i quali risentono anche del fatto di aver fagocitato nel loro sonno i LibDem, alleati troppo fedeli, rendendoli invotabili. “Lo sappiamo tutti che si farà una coalizione, ma non possiamo ammettere la sconfitta prima ancora di aver vinto”, la piccola vittoria di un governo di coalizione, l’unica alla quale il partito di governo “god-send” sembra poter ancora aspirare.

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