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Il gran casino fatto dai Clinton con l’uranio, i soldi e i russi

New York Times ha pubblicato un’inchiesta scoop che coinvolge l’ex capo del dipartimento di stato americano, Hillary Clinton, dieci giorni dopo l’inizio ufficiale della  sua campagna elettorale per diventare presidente degli Stati Uniti nel 2016.

24 Aprile 2015 alle 10:47

Il gran casino fatto dai Clinton con l’uranio, i soldi e i russi

Hillary Clinton (foto LaPresse)

Roma. Ieri il giornale americano New York Times ha pubblicato un’inchiesta scoop che coinvolge l’ex capo del dipartimento di stato americano, Hillary Clinton, dieci giorni dopo l’inizio ufficiale della  sua campagna elettorale per diventare presidente degli Stati Uniti nel 2016. L’inchiesta parte dal fatto che l’agenzia di stato russa che si occupa di energia nucleare, la Rosatom, a partire dal 2009 ha comprato tra le altre cose un quinto della capacità americana di produrre uranio dell’America attraverso una controllata canadese, la Uranium One, e lo ha fatto in più fasi scandite nel tempo. La Uranium One ha enormi investimenti esteri, dall’America al Kazakistan, che la rendono un gigante nel settore dell’uranio. L’inchiesta del New York Times prova che a ciascuna di queste progressi nell’acquisizione di uranio da parte della società ora controllata dai russi corrispondono nel tempo donazioni ingenti fatte alla Clinton Foundation.

 

La fondazione Clinton è un ente non a scopo di lucro presieduto dall’ex presidente Bill Clinton che svolge attività a metà tra la filantropia e il think tank, e l’inchiesta del New York Times suggerisce ma non dimostra che Hillary, come capo del dipartimento di stato, potrebbe avere agevolato le acquisizioni di uranio americano. L’uranio è considerato un bene strategico nazionale e per questo c’era bisogno (anche) dell’approvazione del dipartimento di stato perché fosse venduto a una società controllata dai russi.

 

Ci sono regole che impediscono agli stati stranieri di fare donazioni alla Fondazione Clinton, proprio per evitare questo tipo di sospetti su eventuali condizionamenti e favoritismi, ma le regole non valgono per i singoli donatori o per le imprese. Il New York Times ha compilato una lista dei finanziatori che suonano sospetti. Frank Giustra, fondatore di una compagnia che si è fusa con la Uranium One oggi controllata dai russi, ha donato alla Clinton Foudation 31,3 milioni di dollari e ne ha promessi altri cento. Ian Telfer, presidente della Uranium One quando fu comprata dal governo russo, ha donato 2,35 milioni di dollari. Paul Reynolds, consigliere della Uranium One durante una fusione societaria, ha donato alla Fondazione una cifra tra un milione e cinque milioni di dollari.

 

[**Video_box_2**]Il proprietario della Uranium One, Frank Giustra, ha un rapporto di consuetudine con la famiglia Clinton che va indietro almeno al 2005 e che l’ha aiutato nei suoi affari nel campo dei giacimenti di uranio, che serve come combustibile nelle centrali atomiche.

 

Oltre all’imbarazzo per il finanziamento straniero alla Fondazione Clinton, c’è anche il fatto che si tratta di un affare fatto con la Russia. Il governo americano ha l’ultima parola sugli investimenti stranieri che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Quando nel 2009 Pechino tentò per esempio di acquistare il 51 per cento di una miniera d’oro nel Nevada, fu bloccata da una decisione di Washington, che considerava la miniera troppo vicina a una base militare e ricca di altri materiali strategici, come l’uranio. Nel 2009 il dipartimento di stato americano cercava una ripartenza con Mosca e proponeva l’apertura di una nuova stagione dei rapporti tra russi e americani, fatta di intesa e collaborazione. Oggi il quadro è totalmente diverso. Si parla di nuova Guerra fredda, e anche se può suonare come una esagerazione la tensione tra Washington e Mosca non è mai stata così alta negli ultimi anni. In questo momento paracadutisti americani stanno addestrando le truppe locali in Ucraina  impegnate in una guerra civile contro separatisti che sono aiutati e armati da Mosca. Ora il fatto che un quinto dell’uranio americano sia stato venduto a un’agenzia controllata dal governo del presidente Vladimir Putin ha un suono sinistro rispetto al 2009 – considerato che il controllo spregiudicato delle risorse energetiche, come il New York Times sottolinea, fa parte delle armi politiche usate dal Cremlino.

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