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Hillary populista

Clinton manda un messaggio: la sinistra di lotta sono io, altro che Warren. Dubbi e “semiamnesie”. Al momento, il problema è parare i colpi che arrivano da sinistra, dove in questi anni si è consolidata una frangia populista che vive di retorica anti Wall Street, tasse ai ricchi, salario minimo, libri di Piketty ed è sdraiata sulle posizioni dei sindacati.

23 Aprile 2015 alle 06:15

Hillary populista

Hillary Clinton durante un tour elettorale nel New Hampshire martedì (foto LaPresse)

New York. Una legge immutabile delle campagne elettorali impone ai candidati di spostarsi verso gli estremi ideologici del proprio schieramento nella stagione delle primarie, quando l’obiettivo è serrare i ranghi e galvanizzare la base sotto un unico vessillo. Il tempo della moderazione e dei programmi ben cesellati arriva più tardi. Al momento, il problema fondamentale di Hillary Clinton è parare i colpi che arrivano da sinistra, dove in questi anni si è consolidata una frangia populista che vive di retorica anti Wall Street, tasse ai ricchi, salario minimo, libri di Piketty ed è sdraiata sulle posizioni dei sindacati. Una sinistra che privilegia la protezione del lavoro e la lotta alle diseguaglianze sulle misure per stimolare la crescita. Non proprio la tazza di tè di Hillary.

 

L’icona di questa sinistra, la senatrice Elizabeth Warren, non correrà per la Casa Bianca, e nella prima settimana di campagna elettorale fra gli “everyday american” in Iowa e New Hampshire, Clinton ha messo in chiaro che il suo messaggio non è l’ennesimo episodio del trasformismo clintoniano, ma il recupero di un’identità radicale di cui tutti sembrano incredibilmente essersi dimenticati. Non avete bisogno della Warren, dice lo spin clintoniano, perché Warren sono io. Il messaggio, passato ai cronisti fra una visita a una fabbrica di giocattoli e un burrito da Chipotle, è che Hillary è sempre stata dalla parte degli ultimi, ha sempre avuto idee radicali per trasformare il sistema in senso egalitarista, dalla riforma sanitaria in giù, è sempre stata nella corrente più turbolenta e meno mainstream del Partito democratico. Non ricordate i tempi della Casa Bianca in cui Bill era il centrista triangolatore e la first lady quella rivoluzionaria?

 

I consiglieri del presidente chiamavano lei e la sua cerchia “i bolscevichi”. Era lui, dicono ora, l’amico di Wall Street, non lei. Gli uomini di Hillary stanno scientificamente tirando fuori dalla naftalina tutte le circostanze in cui ha detto qualcosa di sinistra, per superare quella che la clintoniana Neera Tanden, presidente del Center for American Progress, chiama una “semiamnesia collettiva delle sue posizioni del passato”, forse percependo che sarebbe esagerato parlare di un’amnesia intera. In questa strategia è appena ovvio che Hillary abbia vergato un breve e ardito peana per Warren quando è stata inclusa dal Time nella lista delle cento persone più influenti. Gli spin doctor hanno messo insieme un dossier di sedici pagine in cui elencano almeno quaranta situazioni in cui Hillary ha preso in anticipo le stesse posizioni di Warren, dalla lotta ai tagli fiscali di Bush fino a quella per l’aumento del salario minimo. Già nel 2007 parlava dell’1 per cento del paese che detiene oltre il 20 per cento della ricchezza, retorica rilanciata a livello globale da Occupy Wall Street, movimento che ha rinfocolato dal basso le ambizioni della frangia più estrema della sinistra. E’ questo brand populista che ora Hillary deve corteggiare, scrollandosi di dosso i pregiudizi dinastici, i legami finanziari con Wall Street e l’ombra che aleggia sulla macchina da soldi filantropica della famiglia.

 

[**Video_box_2**]Il libro “Clinton Cash: The Untold Story of How and Why Foreign Governments and Businesses Helped Make Bill and Hillary Rich”, del giornalista Peter Schweizer non è ancora uscito, ma le anticipazioni hanno già messo il team Hillary sulla difensiva. Le ricerche di Schweizer tendono a mostrare l’incesto fra governi stranieri che finanziano la Fondazione Clinton e il ruolo di Hillary come segretario di stato, suggerendo un sistema di scambi e favori che non risulterà difficile da credere alle orecchie dell’“everyday american”, quello della semiamnesia collettiva. Per sottolineare la sua appartenenza alla corrente più tosta del progressismo si è schierata contro la creazione della Trade Promotion Authority, l’autorità che darà nuovi poteri a Obama di negoziare sugli accordi di libero scambio. La proposta ha spaccato la sinistra: da una parte quelli orientati al mercato, ansiosi di sfruttare le opportunità di crescita che gli accordi commerciali offrono; dall’altra quelli che temono gli effetti collaterali che l’apertura dei mercati avrà sui posti di lavoro, in linea con i sindacati. Hillary, preoccupata che la proposta non “produca posti di lavoro e non aumenti i salari” si è allineata alla corrente più radicale dell’emiciclo liberal.

 

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