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editoriali
Su Ilva aveva ragione Fitto: il disastro dell'acciaieria si poteva evitare
Nel 2022, già da ministro, Adolfo Urso consentì al socio di minoranza di ArcelorMittal di mettere la società in amministrazione straordinaria, causando diatribe tra i soci. L'allora ministro Fitto intervenne prevedendo,pur di tenerla in Italia, finanziamenti del Pnrr per ammodernare gli impianti
Era il dicembre 2019 quando l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte promise la causa del secolo contro ArcelorMittal, che aveva offerto un miliardo per lasciare Taranto dopo l’abolizione dello scudo penale. Adolfo Urso, all’epoca semplice parlamentare, twittò: “Le ambiguità del governo hanno pregiudicato l’interesse nazionale, il destino dell’Ilva è ora ostaggio dei pirati indiani”. Quando poi nel 2022 è diventato ministro, la prima cosa che ha fatto è stata cacciarli. Immediatamente fece un decreto che consentiva a Invitalia, socio di minoranza di ArcelorMittal, di mettere la società in amministrazione straordinaria. Iniziarono le diatribe tra i due soci (mai avvenute con i precedenti governi), che non riuscivano a mettersi d’accordo sull’aumento di capitale. L’allora ministro Fitto si mise in mezzo e firmò un memorandum con ArcelorMittal prevedendo, pur di tenerla in Italia, finanziamenti del Pnrr per ammodernare gli impianti. Il Pd, seguendo la linea di Francesco Boccia (e di Emiliano), si scatenò contro il memorandum sostenendo Urso per cacciare il privato e statalizzarla. I sindacati iniziarono a leccarsi i baffi al pensiero di una nuova gestione pubblica di vacche grasse. Persino i giornali di destra scrivevano: “L’uscita di scena dello stato da Taranto, come disegnata dal memorandum firmato l’11 settembre dal ministro Fitto e da ArcelorMittal, è un regalo miliardario al socio privato” (Il Giornale). Solo da queste pagine si levarono commenti contrari. Il nostro intento era semplice: convincere il governo a sostenere il tentativo di Fitto di accordarsi con ArcelorMittal. Che produceva il doppio di oggi, con la metà dei cassintegrati, non aveva mai spento le batterie, fermato il ciclo integrale, e non perdeva 800 milioni in sei mesi. Invece il governo preferì seguire un’altra idea. Non basterà annunciare di aver chiesto 7 miliardi di risarcimento per dire di avere avuto ragione: bisognerà vedere quanto ArcelorMittal ne chiederà al governo e chi vincerà la causa. Ma già oggi possiamo dire che aveva ragione Fitto. E forse anche Meloni lo sa.