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Riarmo o ricalcolo?

L'Italia supera il 2 per cento Nato "riclassificando" spese già esistenti

Davide Mattone

Salto da 12 miliardi in più tra il 2024 al 2025 ma in realtà l'aumento per armamenti è stato solo di 3 miliardi. Una cosa è spendere di più per la difesa, e un’altra è ridefinire cosa conta come difesa. Il prossimo obiettivo è il 3,5%

Dodici miliardi di euro in più per la difesa in un solo anno. E’ il salto che l’Italia dichiara alla Nato nel 2025: da 33,4 a 45,3 miliardi, arrivando così al 2,01 per cento del pil, appena sopra la soglia fissata 11 anni fa dagli alleati e mai raggiunta prima da Roma. Il rapporto sulle spese Nato del 2025, presentato dal Segretario generale Mark Rutte, registra così per l’Itlia una variazione reale del 33 per cento, tra le più alte dell’Alleanza. Eppure di quei 12 miliardi aggiuntivi non c’è traccia in nessuna legge speciale, in nessun piano di riarmo e in nessun dibattito pubblico proporzionato alla grandezza dell’aumento di budget.

Da dove arrivano dunque questi soldi? Perché una cosa è spendere di più per la difesa, e un’altra è ridefinire cosa conta come difesa. Il bilancio ordinario del ministero della Difesa, guidato da Guido Crosetto, è stato di 31,3 miliardi nel 2025, 2,1 miliardi in più dell’anno prima. Una crescita del 7,2 per cento, solida e in linea con il percorso per rispettare gli impegni Nato, ma che ancora non spiega i 45,3 miliardi di euro registrati dal rapporto Nato. A questo budget si aggiungono 3,3 miliardi dal ministero delle imprese per i programmi di armamento (un miliardo in più del 2024) e 1,3 miliardi per le missioni all’estero. Utilizzando i criteri usati fino al 2024 dal bilancio ordinario si sottrae il costo dei Carabinieri impiegati in attività di polizia e ordine pubblico, che non contano ai fini dell’Alleanza. Dunque, il bilancio integrato si ferma poco sopra i 30 miliardi, circa l’1,5 per cento del pil secondo la Rivista italiana difesa.

Il bilancio della Difesa è cresciuto, ma solo di circa 3 miliardi. Per colmare il divario fino a 45,3 il governo ha incluso per la prima volta nel computo Nato un pacchetto spese preesistenti. Il Documento programmatico pluriennale (Dpp) della difesa 2025-2027 ha innestato nuove voci per un valore complessivo di più di 14 miliardi: le pensioni Inps del personale militare, la quota di spesa dei Carabinieri impiegabile all’estero, e due macrocategorie che il documento definisce “budget per contesti, domini e settori a cui è stato attribuito un focus più militare” e “progetti di cooperazione militare, come military mobility”. Da cosa siano composti nel dettaglio quei 14 miliardi, il Dpp non lo spiega.

Le tabelle Nato, va detto, possono divergere dai bilanci nazionali. Ma il confronto tra categorie di spesa per la difesa è eloquente e aiuta a comprendere come si è raggiunto il 2,01 di spesa. Secondo il rapporto Nato, la quota destinata a equipaggiamenti e ricerca è cresciuta di 3 miliardi: dal 22,3 per cento nel 2024 al 22,8 nel 2025, ossia da 7,5 a 10,3 miliardi in valore assoluto. Il grosso dell’incremento dichiarato finisce altrove. La voce “personale”, dove confluiscono pensioni e carabinieri, sale da 20,2 a 24,4 miliardi. La voce residuale “altro” invece raddoppia da 4,7 a 9,3 miliardi. Una voce di spesa molto più elastica e interpretabile di un contratto per carri armati o sistemi missilistici. Dei quasi 12 miliardi in più dichiarati, meno di 3 finiscono in armi, mezzi e tecnologia.

Che il 2 per cento autentico sia ancora da costruire lo suggerisce lo stesso governo. Il Documento programmatico di finanza pubblica di ottobre del Mef prevede aumenti graduali: più 0,15 punti di pil nel 2026, più 0,15 nel 2027, più 0,2 nel 2028. Il governo conta anche sul programma Safe della Commissione europea, che ha autorizzato prestiti fino a 14,9 miliardi per l’Italia, ma il governo non ha ancora attivato la clausola di scostamento a causa del rischio di rimanere sotto procedura d’infrazione europea per il deficit ancora sopra il 3 per cento.

C’è poi un dettaglio che il Dpp si lascia sfuggire. Il settore che in gergo militare si chiama “Esercizio” – cioè la voce che finanzia l’addestramento, la manutenzione dei mezzi e la prontezza operativa quotidiana delle forze armate – resta gravemente sottofinanziato. E lo scrive il documento stesso: la spesa per l’esercizio cresce di appena 80 milioni nel 2025, poi torna a calare: meno 350 milioni nel 2026, meno 17 nel 2027. Se l’Italia vuole davvero aumentare la capacità di combattimento delle proprie forze armate, è questa la voce che dovrebbe crescere per prima. Invece scende.

Il bilancio della difesa italiana cresce, e i programmi nel Dpp sono concreti. Ma il punto è che dopo il vertice dell’Aja del giugno 2025, il 2 per cento non è più un traguardo ma è il nuovo punto di partenza. Gli impegni Nato richiedono ora il 5 per cento del pil entro il 2035, di cui il 3,5 in spesa militare in senso stretto e l’1,5 in sicurezza, resilienza, infrastrutture critiche e base industriale.