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l'ultimo campione

Il matrimonio che s'ha da fare tra Poste e Tim

Stefano Cingolani

L’affare metterebbe in sicurezza un’infrastruttura strategica come le telecomunicazioni, dando vita a “un campione nazionale sistemico” nella connettività e nei servizi tecnologici avanzati senza lasciare quelli tradizionali. È il grande gruppo che manca all'Italia per un nuovo salto tecnologico

C’era una volta PT, che stava per Poste e Telegrafi; il marchio resta, sempre PT, ma diventa Poste e Tecnologia. L’offerta per acquisire Tim vuole dar vita a “un campione nazionale sistemico” nella connettività e nei servizi tecnologici avanzati senza lasciare quelli tradizionali. L’Italia ha due campioni bancari (Intesa e Unicredit), due energetici (Eni ed Enel), uno nella Difesa (Leonardo), manca ancora un grande gruppo con la taglia, i capitali, la strategia e il management per offrire ai singoli, alle famiglie e alle imprese gli strumenti necessari al nuovo salto tecnologico. Tim può dare tutto quel che possiede una “techco”, come il cloud, l’intelligenza artificiale, la connettività; Poste italiane ha una rete di 12.800 uffici, il triplo dei punti vendita dell’azienda telefonica, attraverso la quale mettere a terra i servizi high tech. E non basta ancora: c’è il risparmio postale (324 miliardi di euro in buoni e libretti), più 30 milioni di carte Postepay, ci sono le assicurazioni vita e danni, c’è l’intera logistica. Poste+Tim potrebbe avere una capitalizzazione di 40 miliardi di euro con ricavi per quasi 27 miliardi. Non sarà come Deutsche Post, un colosso mondiale dei pacchi, che vale in Borsa oltre 50 miliardi di euro, ma non va molto lontano, con in più una gamma di attività che manca alle poste tedesche e a quelle francesi le quali, non quotate in Borsa, puntano forte sui servizi finanziari. La compagnia italiana ha preso una strada diversa.

Il matrimonio tra Poste e Tim può essere letto come una storia di successo che sposa una storia segnata da troppi fallimenti. Di quest’ultima si è scritto e parlato in abbondanza, dalla “privatizzazione sbagliata” alla scalata della “rude razza padana” e poi un continuo cambio di proprietà e gestione che ha accompagnato i cambi di maggioranza politica e di governo, alla faccia del mercato. Una Tim meno grande, ma più snella, alleggerita dai troppi debiti, ma anche meno strategica dopo la vendita della rete, entra adesso in una fase del tutto nuova. Se l’offerta pubblica di scambio delle Poste andrà in porto (si tratta di 10,8 miliardi di euro), la società telefonica uscirà dalla Borsa pur mantenendo la sua identità (marchio compreso) e Tim Brazil, definito “un gioiello” che frutta ricchi dividendi, non verrà venduto, così ha dichiarato Matteo Del Fante, il top manager che vuol far compiere il salto nel futuro.

Le Poste italiane, braccio operativo del ministero, erano note per essere un grande ufficio di collocamento molto clientelare e del tutto inefficiente (una lettera tra Parigi e Roma impiegava più di quanto occorreva durante l’impero romano). Sembrava una causa persa ancora negli anni 90, quasi un simbolo dei servizi pubblici all’italiana. Non solo, la società perdeva l’equivalente di due miliardi di euro. Oggi invece guadagna più di due miliardi. Cosa è successo? Prima è stata razionalizzata, poi ha cambiato pelle mano a mano che la distribuzione della corrispondenza diventava un ramo del passato e venivano sviluppate nuove attività: la consegna dei pacchi e la logistica, le schede telefoniche, i pagamenti online, le assicurazioni e mestieri che confinano con quelli delle banche. Con la raccolta del risparmio attraverso i buoni postali e i vecchi libretti di risparmio si crea una “banca non banca” (quindi non sottoposta alle regole prudenziali e patrimoniali delle banche) il che dà più flessibilità e margini di manovra sotto il vincolo di non compiere operazioni altamente rischiose.

Corrado Passera, nominato nel 1998 dal governo Prodi, cambia la mentalità inserendo incentivi per i dipendenti; entra nell’ e-commerce, compra Sda e quote di Bartolini; avvia il conto corrente postale e la piattaforma di servizi; nasce Poste Vita; trasforma l’immagine con il giallo e il blu e nuove confezioni dei pacchi, un nuovo brand e una diversa comunicazione. Massimo Sarmi, confermato per ben tre mandati dal 2002 al 2014, punta su tecnologia, buona gestione, organizzazione; Postepay diventa la prima carta prepagata d’Europa e la seconda nel mondo. Vengono create 20 milioni di identità digitali con lo Spid e i clienti di Bancoposta salgono anch’essi a oltre 20 milioni. Il post-mobile, attraverso una convenzione con la piattaforma Vodafone, diventa il primo operatore virtuale d’Europa. La triennale gestione di Francesco Caio consolida i cambiamenti avvenuti e soprattutto quota Poste in Borsa nel 2015: è la più grande offerta pubblica d’Europa e si rivela una scelta fondamentale.

Quando nel 2017 Matteo Del Fante arriva da Terna, dopo essere stato prima alla JPMorgan poi per dieci anni nella Cdp fino a ricoprire il ruolo di direttore generale, si pone due obiettivi: ampliare ancora il raggio d’azione e aumentare il valore di Borsa (in dieci anni viene addirittura triplicato). Porta con sé Giuseppe Lasco che aveva conosciuto a Terna e lo nomina direttore generale, mentre la finanza, che assume un ruolo ancor più strategico, viene guidata da Camillo Greco con il quale aveva lavorato in JPMorgan. Una troika che mescola esperienze nel privato e nel pubblico, nella finanza ardita e nella attenta gestione dei libri contabili. Sarà per questo background, sarà per la quotazione in Borsa, ma certo il nuovo top management ha un’attenzione particolare proprio al bilancio. Tra le operazioni industriali più importanti c’è l’accordo con Amazon sulla logistica, viene rafforzato l’air cargo creando due grandi hub, uno a Bologna uno a Pavia, Postepay entra nella piattaforma Nexi e cresce ancora Poste Vita. Con la pandemia arriva il business sanitario e subito dopo Del Fante punta al progetto che covava da tempo e ha preparato per cinque anni osservando tutte le evoluzioni della Tim. Allora la società aveva troppi debiti e Vivendi era ancora l’azionista numero uno con il 23,75 per cento. Si sapeva che Vincent Bolloré voleva uscirne, dopo aver perso un fracco di miliardi per le sue disavventure italiane (Telecom Italia e Mediaset), ma cincischiava.

La svolta avviene nel marzo 2025 quando Vivendi comincia a vendere il 5 per cento sul mercato; si fanno avanti il fondo britannico Cvc e Poste italiane che nel frattempo aveva acquistato la quota della Cdp alla quale aveva ceduto la sua partecipazione in Nexi. Il 29 marzo, Poste compra il 15 per cento da Vivendi e diventa azionista numero uno della Tim che nel frattempo aveva venduto la rete fissa al fondo Kkr per 18,8 miliardi di euro, abbattendo in modo notevole il proprio indebitamento. Insomma, tutti gli ostacoli cadono via via e Del Fante può coronare il suo obiettivo, con un grazie del governo il quale certo non voleva che Tim finisse a un altro fondo straniero.

Per capire come è stato trasformato il carrozzone di stato, secondo Edoardo Reviglio, a lungo capo economista alla Cdp, bisogna guardare al capitale umano più che a quello finanziario: “Una serie di amministratori tutti bravi, capaci di navigare l’onda del cambiamento tecnologico e gestire un’organizzazione pantagruelica, inserendo tanti giovani preparati e motivati. Più un sindacato da sempre tradizionalista come la Cisl, che si convince, non senza una certa fatica, che il cambiamento fa bene ai suoi lavoratori”. Funziona il dialogo con i sindacati e con i dipendenti, funziona il welfare aziendale, così come la responsabilità sociale d’impresa. Introdurre una sorta di compartecipazione dei lavoratori pur senza arrivare alla cogestione tedesca è una delle idee che Del Fante accarezza da tempo. La privatizzazione, per quanto parziale, gli ha permesso di inserire nell’azienda pubblica la disciplina del mercato, dimostrando anche di svolgere un ruolo sussidiario ai molti servizi della pubblica amministrazione che stentano a riformarsi. Il salto tecnologico è adesso la prova del nove.

Data center, cloud e AI: l’obiettivo è raggiungere una posizione preminente nelle infrastrutture della nuova rivoluzione digitale, con due punti fermi: “sicurezza e sovranità”. Le telecomunicazioni sono diventate non solo un servizio per i clienti, ma anche infrastrutture strategiche. Siamo ormai in pieno “capitalismo geopolitico”, se sarà la fase di un ciclo o una lunga èra non è dato saperlo. Ma in ogni caso questo modello rilancia il ruolo della “mano visibile”. Del Fante ha detto che nell’operazione Tim il governo non è entrato, certo la vede di buon occhio, del resto deterrà la maggioranza assoluta della nuova società: il 50,01 per cento arrotondando insieme il 27,2 per cento della Cdp e il 22,8 del Tesoro; l’altra metà sarà nelle tasche non solo di soci istituzionali, ma di una miriade di piccoli azionisti. E’ una differenza rispetto all’Eni dove la Cdp ha il 31 per cento e il Tesoro il 2 per cento, ma anche rispetto all’Enel con il ministero dell’economia al 23,6 per cento o a Leonardo con lo stato al 30,2 per cento. Tuttavia è già meno del 64 che la mano pubblica oggi possiede in Poste italiane. La stabilità proprietaria diventa un valore nelle condizioni attuali, viene sottolineato nelle slide che spiegano l’intera operazione: senza la quotazione in Borsa non sarebbe stato possibile assorbire la compagnia telefonica, senza una durata sufficiente del management questa complessa mutazione industriale non avrebbe successo. Del Fante al comando ormai da nove anni viene confermato per altri tre. Tim uscirà dal listino, ma manterrà la propria identità. La Borsa è circospetta: le azioni Tim sono scese e così quelle di Poste italiane. I piccoli azionisti vorrebbero che si aumentasse l’offerta, per lo più uno scambio di titoli, con una piccola quota in contanti. Il premio del 9 per cento viene ritenuto troppo modesto, molti analisti sostengono che dovrebbe salire se si confronta il rapporto tra prezzo e utili delle concorrenti europee. Il top manager conta molto sull’appeal non solo finanziario, ma industriale del suo grande progetto: creare “l’infrastruttura italiana intelligente a supporto della crescita”. Entro fine anno verrà presentato il business plan, siamo solo all’inizio di un ambizioso cammino.

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