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L'Analisi

L'impatto della guerra in Iran sulla produzione dei semiconduttori per l'AI

Davide Mattone

Con lo Stretto di Hormuz chiuso si blocca una quota del gas essenziale per i chip. E Ras Laffan, il più grande impianto qatarino, è già KO 

La chiusura dello Stretto di Hormuz non riguarda solo il petrolio o i fertilizzanti, ma sta mettendo sotto pressione anche il mercato dell’elio, elemento essenziale per la produzione di semiconduttori avanzati. E’ così che la guerra nel Golfo finisce per toccare il cuore industriale dell’AI.

L’elio – un sottoprodotto della lavorazione del gnl – è un conduttore termico. Jacob Feldgoise, analista del Center for security and emerging technology, lo ha definito “eccellente per rimuovere il calore rapidamente”. Nella fabbricazione dei semiconduttori viene “soffiato” sul retro dei dischi di silicio durante la litografia, la fase in cui una macchina stampa i circuiti sul disco con un fascio di luce che lo scalda: se la temperatura non resta costante, il chip esce difettoso. Jong–hwan Lee, professore alla Sangmyung University di Seul, conferma che non esiste un sostituto semplice o immediato per l’elio.

Il Qatar produce circa un terzo dell’elio mondiale e il complesso di Ras Laffan di QatarEnergy ne è la principale fonte. Ma a seguito degli attacchi iraniani della scorsa settimana il ceo di QatarEnergy ha dichiarato che i danni hanno messo fuori uso il 17 per cento del gnl qatarino per tre-cinque anni. Di conseguenza, le esportazioni di elio sono state tagliate del 14 per cento. Secondo Phil Kornbluth, tra i massimi esperti mondiali nel settore, i prezzi spot sono saliti tra il 70 e il 100 per cento dall’inizio della crisi, ma quelli contrattuali – che sono la quasi totalità delle transazioni – non si sono ancora mossi, per ora.

Ma la la filiera dei semiconduttori va nella direzione opposta alla chiusura di Hormuz: ne vogliono sempre di più. I chip più avanzati per l’AI richiedono processi di stampa più intensi, e dunque usano più elio. La Corea del Sud, per Fitch Ratings, importa il 65 per cento del suo elio proprio dal Qatar. Samsung e SK Hynix – che producono circa due terzi dei chip di memoria del mondo – hanno scorte per diversi mesi, ma ora devono cercare fonti alternative e il governo di Seoul ha inserito l’elio sotto monitoraggio speciale. Anche Taiwan è fortemente esposta dato che importa tra il 60 e il 70 per cento dell’elio dal Golfo e ospita Tsmc, il principale produttore mondiale di chip avanzati per l’AI. L’Europa, invece, è sicuramente meno in pericolo: ancora non primeggiamo per la produzione di chip. Purtroppo.

No elio no party e no AI, quindi? Non proprio, sia grazie alle riserve sia grazie ai fornitori alternativi, seppur concentrati in pochi paesi. Secondo lo Us geological survey la produzione mondiale di elio nel 2025 è stata di circa 190 milioni di metri cubi: oltre al Qatar che ne fornisce un terzo (63 milioni), gli Stati Uniti restano il primo produttore mondiale (81 milioni). Anche l’Algeria ne produce quantità significative, mentre la Russia ha l’impianto di Amur sotto sanzioni e quindi sotto capacità, e Canada e Tanzania non sono ancora pronte ad avviare la relativa produzione ed export. Inoltre l’elio non è il petrolio. Una improvvisa diminuzione dell’offerta di greggio si trasmette subito sui carburanti, trasporti (e quindi inflazione). L’elio è un mercato più piccolo, opaco e dominato da contratti a lungo termine, con il prezzo spot che conta in quota minore.

L’elio, però, ha un problema logistico che il petrolio non ha: i suoi atomi sono così piccoli che sfuggono dai contenitori. Per questo va trasportato in forma liquida in container criogenici che lo conservano per 35-48 giorni, al massimo. Passata quella finestra, il gas evapora e il carico si perde. Al momento secondo AP news circa 200 container criogenici specializzati sono rimasti bloccati in medio oriente. Con Hormuz chiuso, le rotte deviate attorno al Capo di Buona Speranza aggiungono due settimane in più di navigazione, con una parte delle scorte già in viaggio che rischia di arrivare in ritardo e con perdite significative. L’elemento però rappresenta una voce piccola del costo della produzione dei semiconduttori, e i grandi attori possono per ora pagare di più per assicurarsi le forniture future.

Ma se il Qatar e i suoi impianti restassero fuori gioco per anni – come dice lo stesso ceo di QatarEnergy –, anche i contratti a lungo termine dovranno essere rinegoziati. A quel punto il costo si scaricherebbe lungo la catena: chip, gpu, server e cloud diverrebbero più cari. Un’inflazione tecnologica che parte da un gas che la maggior parte delle persone associa ai palloncini. E che il settore fintech potrebbe affrontare proprio quando sono stati pianificati investimenti e finanziamenti per centinaia di miliardi in data center e infrastruttura di calcolo.

 

 

 

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