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il paradosso
Nel 2025 entrate in crescita e deficit in aumento, com'è possibile?
Entrate da una parte e spesa dall'altra, con scostamenti significativi rispetto alle previsioni contenute nel Dpb approvato dal governo a ottobre. Non basta però spiegare il presente: è importante anche cercare di anticipare cosa potrà accadere nei prossimi anni
I dati dell’Istat sulla finanza pubblica mostrano un apparente paradosso: nel 2025 le entrate fiscali sono aumentate molto più del previsto, e tuttavia il deficit si è fermato al 3,1 per cento, quindi sopra la soglia del 3 per cento che avrebbe consentito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione europea. Per capire questo paradosso bisogna guardare alla composizione delle entrate e alle differenze tra le previsioni contenute nel Dpb approvato dal governo a ottobre.
Dal lato delle entrate, le imposte dirette (quindi Irpef) risultano superiori di 3,8 miliardi rispetto alle previsioni del Dpb che indicavano una riduzione di 1,3 miliardi rispetto al 2024. Questa riduzione era giustificata dalla riforma del taglio del cuneo fiscale. Nel 2024 lo sgravio contributivo era stato applicato sotto forma di decontribuzione, mentre nel 2025 è stato trasformato in aumento delle detrazioni Irpef e riduzione delle aliquote. Il costo complessivo dello sgravio è pari a 17 miliardi: a questa riduzione dell’Irpef dovrebbe però corrispondere un aumento dei contributi di pari entità. I contributi previdenziali sono però aumentati di 28 miliardi: 11 miliardi sono attribuibili all’aumento dell’occupazione. Da questo incremento dei contributi si può dedurre l’aumento della massa salariale imponibile ai fini Irpef. Applicando un’aliquota media del 20 per cento, si ottiene un maggior gettito da imposte dirette pari a circa 6 miliardi.
A questo si aggiungono altri fattori. Nel 2025 si è registrato un incremento del gettito Ires pari a 4,8 miliardi, dovuto al venir meno dell’agevolazione Ace. Inoltre, bisogna considerare l’aumento delle imposte sostitutive sui redditi finanziari – che includono la tassazione su redditi da capitale e plusvalenze, sul valore dell’attivo dei fondi pensione e sulle riserve matematiche delle assicurazioni vita – pari a circa 3,8 miliardi.
Complessivamente, sulla base di questi elementi, ci si sarebbe quindi aspettati una riduzione delle imposte dirette di circa 17-6-4,8-3,8 =2,4 miliardi. ci si sarebbe quindi aspettati una riduzione delle imposte dirette. La differenza, pari a circa 6,2 miliardi, rappresenta il maggior gettito Irpef pagato da lavoratori che già erano occupati nel 2024. Questo incremento è plausibilmente attribuibile al rinnovo dei contratti collettivi nazionali, che ha consentito un recupero parziale dell’inflazione accumulata negli ultimi anni.
Dal lato della spesa, si osserva invece uno scostamento significativo rispetto alle previsioni del Dpb. Le uscite in conto capitale risultano infatti superiori al previsto. In particolare, si registra un incremento di 3,5 miliardi negli investimenti fissi lordi e di 6,6 miliardi nei contributi agli investimenti. I primi sono plausibilmente legati alla contabilizzazione di spese del Pnrr. Più difficile è invece individuare l’origine dei 6,6 miliardi aggiuntivi di contributi agli investimenti.
I media e lo stesso ministro Giorgetti hanno indicato come possibile spiegazione una coda del Superbonus. Tuttavia, i dati Enea mostrano che nel 2025 gli investimenti condominiali legati al superbonus con cedibilità del credito, sono stati poco inferiori ai 5 miliardi, di cui circa 4 miliardi risultavano già contabilizzati a fine ottobre. Nei mesi di novembre e dicembre resterebbe quindi circa 1 miliardo di spesa. A meno che questi importi non fossero stati incorporati nelle previsioni di ottobre – ipotesi poco probabile dato che i dati Enea erano noti – restano circa 5,6 miliardi di spese in conto capitale ancora difficili da spiegare. Tutto questo avviene in un contesto in cui le spese correnti risultano invece perfettamente in linea con le previsioni formulate a ottobre.
Non basta però spiegare il presente: è importante anche cercare di anticipare cosa potrà accadere nei prossimi anni. Nel 2025 una parte rilevante dell’aumento delle entrate è stata determinata dalle entrate da capital gain che sono cresciute molto, grazie all’ottima performance dei mercati finanziari, mentre le imposte ad valorem legate a carburanti ed energia non sono cresciute, perché il prezzo di benzina, diesel, petrolio e gas è rimasto relativamente basso.
Nel 2026 potremmo osservare la situazione opposta. I mercati azionari e entrate da capital gain deboli mentre il prezzo dell’energia e del gas è tornato a salire e potrebbe riaccendere le pressioni inflazionistiche. In questo caso il gettito derivante dalla tassazione sull’energia e dal lavoro dipendente potrebbe aumentare ulteriormente, facendo salire ancora la pressione fiscale, che oggi si colloca già intorno al 43 per cento. Se torna l’inflazione non siamo preparati: la contrattazione collettiva non è attrezzata per evitare i ritardi e, presumibilmente, i salari reali subirebbero un nuovo declino. Anche perché non è stato sterilizzato l’impatto del fiscal drag sull’Irpef.