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editoriali

Lo scontro sull'Ets in Consiglio europeo

Redazione

Undici governi, Italia in testa, ne chiedono la sospensione. Ma la soluzione è una riforma

Sull'Ets l'Europa si è divisa in due, e il conto alla rovescia verso il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo dove si deciderà se dare il mandato politico per una riforma o sospensione. Da un lato almeno undici governi, con l’Italia in testa, che chiedono di congelare il sistema di scambio delle emissioni finché non verrà riformato. Dall'altro otto paesi – Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Olanda – che hanno firmato mercoledì un non-paper in cui definiscono l'Ets "la pietra angolare della politica climatica europea": per loro sospendere l’Ets sarebbe “un passo indietro molto preoccupante”. Questo perché penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione e perché renderebbe più fragile anche il Cbam, il meccanismo che dal 1° gennaio 2026 obbliga chi importa nell'Ue prodotti come acciaio e cemento a pagare un costo proporzionale alla CO2 emessa per fabbricarli; un costo che i produttori europei già sostengono.

   

Se l'industria europea smette di pagare quella spesa, come potrebbe l’Ue chiedere di sostenerla alla Cina e all'India? Una sospensione tout court è una scorciatoia che rischia di aprire buchi nell'architettura climatica, specialmente perché l’Ets è il più efficiente strumento Ue di riduzione delle emissioni. Allo stesso tempo, il ritorno della tensione energetica rischia di far apparire l’Ets non un incentivo ordinato alla transizione, ma un moltiplicatore di costi a causa dell'accumulo di altri regolamenti (rinnovabili, automotive, efficienza energetica). Per questo la strada più intelligente è riformare il meccanismo senza smantellarlo (Il Foglio, 6 marzo 2026). Rallentare la riduzione del tetto alle emissioni, fissare un prezzo massimo per i certificati nei momenti di crisi, mantenendo comunque le quote gratuite per l'industria esposta alla concorrenza extra–Ue. E intanto si potrebbero usare i 3 miliardi all'anno che l'Italia incassa dalle aste dei certificati per ridurre le bollette, invece di disperderne la metà in “rivoli opachi”.

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