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L'intervento

Il nucleare, l'Italia e l'Europa: l'ora delle decisioni sulla transizione

Simone Mori e Giampero Joime

La strada del nucleare è una necessità strategica, anche perché il nostro fabbisogno di energia pulita è destinato a crescere, ma senza un progetto comune il nucleare resterà ostaggio di interessi contrapposti e scelte frammentate. Intanto, mentre noi discutiamo il resto del mondo costruisce

La crisi iraniana, con le disastrose conseguenze derivanti dalla chiusura dello stretto di Hormuz mette l’Europa, e l’Italia in particolare, di fronte alle brutali conseguenze della nostra dipendenza energetica. L’esplosione del prezzo del Brent e le criticità derivanti dal blocco dei carichi di gas liquefatto dal Qatar, peraltro, vanno ad aggravare una situazione già tutt’altro che semplice: come recentemente affermato dal direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, nel contesto caotico nel quale siamo immersi, l’opzione di aumentare ulteriormente l’import dagli Usa per sostituire i flussi di gas in precedenza assicurati da Russia e Medio oriente è una strategia assai rischiosa e non rappresenta certamente una soluzione strutturale. Bene ha fatto, ieri, la presidente Von der Leyen a ricordare che la rinuncia al nucleare, che ha ridotto la sua incidenza nel mix elettrico europeo da oltre il 30 per cento del 1990 al 15 per cento di oggi, è stato un “errore strategico”. Una dichiarazione che purtroppo, stride sia con gli atti della Commissione europea in questi anni sia, soprattutto, con la stupefacente scelta dei governi Merkel, che della presidente della Commissione è stata mentore politico, di chiudere le ultime centrali nucleari esistenti in piena crisi ucraina.

 

La transizione energetica, originata dall’esigenza di mitigare la crisi climatica, sta sempre più diventando, nell’attuale contesto geopolitico, una risposta alle priorità di sicurezza degli approvvigionamenti: di conseguenza, la decarbonizzazione va vista anche come una opportunità di riduzione strutturale della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, da coniugare con lo sviluppo di una posizione più autonoma nelle catene del valore delle clean technologies, dominate dai player asiatici, e con la tutela della competitività del settore manifatturiero europeo. L’energia rinnovabile, oggi meno costosa e più “investibile” di ogni alternativa, continuerà a giocare il ruolo di vettore principale della transizione. Ma in questa nuova prospettiva, il nucleare – che agisce come stabilizzatore sistemico della rete elettrica e volano per un ulteriore sviluppo delle rinnovabili – è tornata nel dibattito, non solo italiano, perché il mondo è cambiato e l’esperienza degli ultimi anni in tutta Europa dimostra che non si può prescindere da una “produzione di base” stabile, programmabile e con costi scorrelati dalle dinamiche volatili delle commodities energetiche. 

 

In questo contesto, il tentativo di rilancio del nucleare nel nostro paese è di grande importanza: l’Italia usa gas importato per produrre elettricità più di ogni altra grande economia europea, ma dipende dall’estero anche per gran parte delle materie prime critiche e per una quota significativa di elettricità. In passato abbiamo detto no alle centrali, ma sì alla dipendenza. E’ stata una scelta politica e di consenso, non una fatalità. La strada del nucleare non è quindi un esercizio teorico, ma una necessità strategica, anche perché il nostro fabbisogno di energia pulita è destinato a crescere, con la diffusione dei data centers e con il progressivo processo di elettrificazione che interesserà trasporti, edifici e industrie. Naturalmente, il rilancio del nucleare richiede una dose importante di realismo, non si presta a slogan e semplificazioni. Il nucleare occidentale porta con sé una lunga lista di difficoltà: i grandi progetti americani ed europei sono diventati sinonimo di ritardi, extracosti e problemi finanziari. Ma anche qui conviene essere chiari: non è fallita la tecnologia, è fallito un modello industriale e regolatorio: le cause di questi fallimenti sono la progressiva perdita di competenze, il ridotto numero di progetti che impedisce economie di scala e di apprendimento e la frammentazione delle responsabilità amministrative e dei processi di certificazione.

 

Il vero nodo resta europeo. Senza un progetto comune, il nucleare resterà ostaggio di interessi contrapposti e scelte frammentate che, alla fine, altro non faranno che protrarre le nostre dipendenze. Servono regole comuni, finanziamenti e una strategia industriale condivisa. Altrimenti continueremo a predicare autonomia strategica e importare tecnologia da altri. Intanto, mentre noi discutiamo il resto del mondo costruisce. In Asia e in Medio oriente i reattori si fanno davvero, nei tempi e nei costi previsti. Quello della Corea del Sud, paese democratico e con un tessuto industriale non troppo lontano dal nostro, è un caso da cui abbiamo molto da imparare: scelte tecnologiche chiare e un programma di costruzione coerente e continuo basato su una filiera nazionale integrata, hanno consentito la realizzazione di centrali in grado di produrre energia decarbonizzata a costi inferiori di circa la metà di quelli dei progetti occidentali, in grado di competere con le più economiche tecnologie rinnovabili abbinate a batterie. Risultato: oggi la Corea esporta tecnologia nucleare, oltre che in Medio oriente, anche in Europa. La Repubblica Ceca infatti guarda a Seul. 

 

In questo contesto, l’Italia non può permettersi di considerare il rilancio nel nucleare un esercizio teorico o, peggio ancora, uno slogan: è una scelta industriale vera, da inserire nel quadro di un complessivo programma europeo, guardando alle tecnologie già disponibili per avere la possibilità di agganciare gli obietti di decarbonizzazione – e di competitività, e di indipendenza energetica – che ci siamo dati. Se crediamo che nel 2040 il nucleare possa giocare un ruolo significativo nel nostro mix decarbonizzato, dobbiamo guardare in primo luogo alle tecnologie esistenti: i reattori di terza generazione avanzata sono operativi, sicuri, ben regolati. La prospettiva di medio periodo traguarda la fissione nucleare, fonte stabile e pulita, che nel 2022 è stata la seconda fonte di produzione di energia elettrica carbon free nel mondo, superata solo dall’idroelettrico. Mentre si creano le condizioni per il futuro, esplorando le potenzialità dei reattori di quarta generazione e della fusione, come già oggi alcune imprese italiane stanno facendo, bisogna partire oggi con ciò che è più vicino alla maturità tecnologica. In questo quadro si inseriscono gli Small Modular Reactor (Smr), più piccoli, flessibili e integrabili all’interno di stabilimenti industriali e data centers.

 

Il disegno di legge sul nucleare “avanzato, sostenibile e da fusione” approvato lo scorso 2 ottobre in Consiglio dei ministri, è il punto di partenza per il rientro italiano nel gruppo dei paesi dotati di energia atomica. La logica del provvedimento, sintetizzata nella relazione illustrativa, è quella di sostituire “all’attuale mix energetico (fossili, gas, rinnovabili e altro) ... un nuovo mix energetico nazionale, che possa prevedere, tra l’altro, anche lo sviluppo di una fonte low-carbon programmabile e continua quale il nucleare”, in coerenza con quanto previsto dal Pniec, che ipotizza al 2050 una quota di nucleare nel nostro mix elettrico decarbonizzato compresa tra l’11 e il 22 per cento. In Italia, nonostante un diffuso clima di rassegnazione post-industriale, esistono ancora competenze e forze industriali capaci di contribuire a questo progetto. Il recente rapporto Enea-Confindustria “Lo sviluppo dell’energia nucleare nel mix energetico nazionale” illustra la ricchezza di un sistema nazionale nel quale operano oltre 70 soggetti privati che progettano, realizzano e installano componenti e impianti in molti paesi del mondo. Il sistema italiano – industria, ricerca e componentistica – si sta attivando con diverse iniziative interessanti, con un ruolo centrale del nostro sistema scientifico, Enea in primis, che dispone del know-how necessario a sviluppare prodotti, processi e soluzioni innovative; e il sistema privato italiano può contare su eccellenze di assoluta avanguardia tecnologica. L’accelerazione del percorso verso il nucleare italiano parte proprio dalla sintesi e dalla sinergia tra la ricerca pubblica e l’azione industriale e dalla necessaria costruzione di una solida catena del valore nazionale.  

 

Simone Mori, docente Management transizione energetica, Luiss Guido Carli
Giampero Joime, docente Economia dell’ambiente, Università Guglielmo Marconi

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