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Il Colloquio

Casinò Hormuz. Nicolazzi: "Il mercato si muove in maniera forsennata"

Davide Mattone

Un post con notizie false come quello del segretario all’Energia americano sposta il prezzo del greggio più del maggior rilascio di riserve di petrolio della storia

“Non si capisce se Hormuz sia un casino, o un casinò” dice al Foglio Massimo Nicolazzi, presidente dell’Isab (che gestisce una delle più grandi raffinerie italiane) ed esperto di geopolitica energetica per l’Ispi, commentando la volatilità dei prezzi al barile dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. “La falsa notizia di una nave scortata dalla Marina americana ha fatto scendere il barile di 15 dollari. L’annuncio sulle riserve non ha fatto neanche un plissé”, osserva Nicolazzi. Il riferimento è al tweet poi cancellato del segretario all’Energia americano, Chris Wright, che annunciava la scorta di una petroliera nello stretto e che martedì ha fatto crollare il Brent dell’11 per cento in pochi minuti. La Casa Bianca ha smentito, Wright ha rimosso il post, il prezzo è risalito. Mentre ieri l’annuncio del più grande rilascio di riserve strategiche nella storia dell’Agenzia internazionale dell’energia “non ha mosso quasi nulla, fino a ora almeno” dice Nicolazzi. Si tratta di 400 milioni di barili messi a disposizione per i 32 paesi membri dell’agenzia (le economie avanzate di Europa, Nordamerica e Asia orientale). Sebbene equivalgano “solo” a quattro giorni di consumi mondiali, se utilizzati come copertura o scorta dell’offerta che manca dal Golfo potrebbero fornire fino a 30-40 giorni di fabbisogno ai paesi Ocse. Così, la battuta “Casinò o casino” finisce per cogliere il punto più di molte analisi. In una crisi di questo tipo il prezzo si muove spesso prima che i fatti siano accertati, e quando la qualità delle notizie è incerta anche un segnale falso può produrre effetti reali molto più forti di una decisione ufficiale.

Lo stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del petrolio mondiale, è chiuso da undici giorni. Il Brent è passato da meno di 70 dollari al barile fino a sfiorare i 120 in una settimana, per poi tornare intorno ai 90. In mezzo, oscillazioni che non si vedono nemmeno sulle criptovalute. Il mercato petrolifero è diventato un casinò, appunto. Su questa volatilità pesa anche una componente finanziaria sempre più nervosa. “E’ un mercato che si muove in maniera forsennata, senza che nessuno di noi sappia a che punto è davvero l’offensiva israeliana e americana dal punto di vista dei danni inflitti” dice l’esperto. Nicolazzi osserva che sul mercato si muovono ormai anche piccoli trader e operatori che inseguono segnali, indiscrezioni e movimenti di brevissimo periodo: non è solo un mercato che reagisce alle notizie, ma è un sistema che ne amplifica il rumore.

“Il mercato non sta prezzando una guerra – spiega l’esperto – ma sta prezzando la chiusura di Hormuz e la messa in sicurezza degli stretti. A fini economici, per noi occidentali, non c’è un tema di guerra o pace”. Poi continua: “Se ha ragione Trump e la guerra finisce ‘domani mattina’, per dire, a fine mese ci sembrerà di aver attraversato un’allucinazione e non una crisi petrolifera”, ragiona Nicolazzi. “Allo stesso tempo, se i mercati credessero davvero nella capacità di resistenza semestrale degli iraniani”, come ha affermato il regime islamico minacciando proprio ieri di voler far arrivare il prezzo al barile a 200 dollari, “staremmo di molto sopra i 100 dollari al barile”. Anche la previsione americana non vede un blocco infinito. Nell’ultimo Short-term energy outlook, la Us energy information administration (Eia) prevede il Brent sopra i 95 dollari per i prossimi due mesi, sotto gli 80 dollari nel terzo trimestre, e attorno ai 70 verso fine anno: uno scenario che continua a credere che la chiusura di Hormuz, per quanto traumatica, non diventerà una crisi energetica permanente.

Nicolazzi, infine, rimette le cose in prospettiva: “Nel 2011-2013 il petrolio restò sopra i 100 dollari al barile per eccesso di domanda, senza guerre. E quei 100 dollari equivalgono a circa 150 di oggi in termini reali”. L’intensità energetica del pil europeo è scesa del 30 per cento rispetto al 1973, i mix sono più diversificati, l’intensità carbonica ancora di più. “Abbiamo rallentato ma non ci siamo estinti. I cento dollari non devono essere un totem sacrificale”. Ma l’Europa è preparata, come affermano da Bruxelles? Nicolazzi risponde da tecnico: “L’unica forma sperimentata di sicurezza sulle fonti energetiche di origine fossile è fare magazzino: aumentare le riserve. Ma probabilmente non era politicamente praticabile stoccare abbastanza petrolio per stare fino a un anno e mezzo senza Golfo”. L’Europa ha deciso il proprio livello di rischio e ha mitigato di conseguenza.