Ansa
Lavoro e petrolio
L'Istat mostra occupazione ancora in crescita, ma lo choc energetico riporta cautela
Il livello dei prezzi energetici resta sufficientemente elevato da poter rallentare l’attività economica. E partendo da una crescita potenziale già limitata, anche l’economia italiana potrebbe risentirne. Per il momento, tuttavia, il dato centrale rimane positivo
I dati sull’occupazione pubblicati recentemente dall’Istat, proprio alla vigilia del nuovo choc energetico, restituiscono un quadro che nel complesso rimane positivo. A gennaio 2026 l’aumento degli occupati è stato particolarmente significativo: +79.851 unità rispetto al mese precedente, pari a un incremento dello 0,3 per cento. Il dato di gennaio porta la variazione sui tre mesi a 30.193 occupati in più e quella tendenziale, su base annua, a 69.853 unità. Complessivamente, il numero degli occupati ha raggiunto quota 24 milioni e 181 mila persone, un livello molto vicino al massimo storico. La principale novità del rapporto di gennaio riguarda però la revisione della serie storica, ovvero la revisione al ribasso del livello degli occupati nel corso del 2025, cosa che di per sé non è una buona notizia. Tuttavia, il profilo della nuova serie risulta più favorevole. Nelle precedenti pubblicazioni la crescita dell’occupazione mostrava infatti segnali di rallentamento negli ultimi mesi del 2025, lasciando intravedere il rischio di una possibile inversione di tendenza. Nella nuova serie, invece, pur partendo da un livello più basso, la dinamica degli ultimi mesi appare più stabile e addirittura in lieve aumento. In altre parole, la cattiva notizia della revisione al ribasso dei livelli si accompagna a una notizia positiva sul margine: l’occupazione continua a crescere.
Il report di gennaio evidenzia anche altri segnali incoraggianti. In termini di tipologia contrattuale, continua ad aumentare il numero dei lavoratori a tempo indeterminato, cresciuti di 24.107 unità ed arrivati al record storico di 16 milioni 455 mila. Allo stesso tempo la quota dei lavoratori a tempo determinato ha continuato a ridursi ed è oggi prossima al 10 per cento del totale, uno dei livelli più bassi registrati dal 2008 a oggi. Particolarmente significativo è anche il dato sulla disoccupazione. A gennaio 2026 il numero dei disoccupati scende a 1,31 milioni, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche. Il tasso di disoccupazione si attesta al 5,1 per cento, anch’esso minimo storico nelle rilevazioni disponibili dal 1985. Ancora più impressionante è la dinamica della disoccupazione femminile: dieci anni fa, nel 2014, era pari al 14,5 per cento, mentre oggi si colloca attorno al 5,5 per cento. L’unica nota meno favorevole riguarda un lieve aumento degli inattivi. Tuttavia, il loro livello rimane ancora significativamente più basso rispetto al periodo precedente alla pandemia.
Un altro elemento che emerge con chiarezza dalle indagini sulle imprese riguarda la persistente difficoltà nel reperire lavoratori. Quando alle aziende viene chiesto quale sia il principale fattore che limita la produzione, la risposta più frequente continua a essere la scarsità di manodopera. Questo vale per l’industria ma anche per le costruzioni e per i servizi. In altre parole, permane un significativo disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Anche i dati sui posti vacanti lo confermano: le posizioni aperte sono ancora stimabili attorno alle 400 mila unità, un livello storicamente molto elevato. Sul fronte delle retribuzioni, invece, il recupero del potere d’acquisto perso dopo il 2022 non è ancora completo. I salari stanno crescendo, ma con i tempi della contrattazione collettiva, che inevitabilmente sono più lenti. Il nuovo choc energetico rappresenta dunque un elemento di incertezza. Il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, configurando l’ennesimo choc negativo dal lato dell’offerta dopo quelli già sperimentati negli ultimi anni. Se i prezzi dell’energia dovessero rimanere su questi livelli, l’inflazione dell’area euro potrebbe avvicinarsi di nuovo al 3 per cento, con effetti anche sulla crescita economica.
Va però ricordato che la situazione attuale non è (al momento) paragonabile allo choc energetico del 2022. Allora il prezzo del gas naturale superava i 300 euro per megawattora, mentre oggi si colloca attorno ai 60 euro. Nonostante ciò, il livello dei prezzi energetici resta sufficientemente elevato da poter rallentare l’attività economica. E partendo da una crescita potenziale già limitata, anche l’economia italiana potrebbe risentirne. Il rischio riguarda soprattutto il mercato del lavoro. I salari non hanno ancora recuperato completamente il potere d’acquisto perso negli ultimi anni e una nuova accelerazione dell’inflazione potrebbe incidere nuovamente sulle condizioni dei lavoratori. Per il momento, tuttavia, il dato centrale rimane positivo. Nonostante gli choc degli ultimi anni, il mercato del lavoro e l’attività economica hanno continuato a registrare risultati complessivamente favorevoli rispetto al potenziale di crescita del Paese. Il nuovo choc energetico rappresenta certamente un fattore di rischio. La speranza è che si tratti di un fenomeno temporaneo e che l’impatto sull’economia reale rimanga limitato.