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Fenomeno Brembo, la multinazionale tascabile da tenerci cara in questa Italia “patriottica”
La storia del gruppo bergamasco riassume molti dei caratteri tipici del successo di un certo tipo di azienda familiare: la dimensione umana, la specializzazione produttiva, le virtù del capitano d’industria, l’internazionalizzazione spinta. Un libro
Tra le multinazionali tascabili la Brembo della famiglia Bombassei è tra le più conosciute. E il libro in uscita del giornalista Paolo Bricco (“Brembo. La velocità dei freni”) potrà contribuire a farla diventare un caso di studio destinato forse a travalicare la stessa realtà italiana. La storia del gruppo bergamasco riassume molti dei caratteri tipici del successo di un certo tipo di azienda familiare: la dimensione umana, la specializzazione produttiva, le virtù del capitano d’industria, l’internazionalizzazione spinta. In una gerarchia del capitalismo italiano, in cui in alto ci sono le grandi imprese pubbliche dell’energia e della difesa e in basso la pletora delle Pmi, la dimensione intermedia delle multinazionali tascabili dobbiamo imparare a tenercela cara, sono loro a far sventolare la bandiera dell’industrialismo privato in un paese che, almeno per quel che riguarda il ranking d’impresa, va statalizzandosi. Tenercele care anche perché possono ancora darci grandi soddisfazioni “patriottiche”, la loro traiettoria di sviluppo non è affatto conclusa. Per questo motivo ho letto le pagine di Bricco – che per lucidità vanno nel solco dei lavori del compianto Giuseppe Berta – proprio con la sensazione di sfogliare il primo volume della storia Brembo, il primo di un’avventura imprenditoriale del tutto aperta (come vedremo in seguito).
E’ un dirigente industriale, Emilio Bombassei, che decide di mettersi in proprio a fondare l’azienda bergamasca nell’immediato Dopoguerra e a guidarla nel cammino da piccola artigiana a fornitrice dei grandi player delle quattroruote come Alfa Romeo, Ferrari e Porsche. La fortuna gli dà una mano: un camion inglese ha un incidente e rovescia sulla strada i dischi per freni destinati all’Alfa Romeo. La casa automobilistica dà incarico ai Bombassei di recuperare quelli ancora utilizzabili e da lì nasce l’amore per i freni e la fornitura per l’Alfa. Sono gli anni che preludono al boom economico e territori come quello di Bergamo diventano incubatori di industrializzazione diffusa portando negli anni 70 la manifattura a formare il 40 per cento del pil nazionale. E’ un’Italia che dal punto di vista degli assetti del capitalismo ha tre centri: la Torino degli Agnelli, la Milano di Cuccia e Mattioli e la Roma dove si trovano il governo, l’Iri e la Banca d’Italia. Un’Italia dove le assunzioni in fabbrica passano dai parroci e i protagonisti della crescita sono tanti periti industriali improvvisatosi imprenditori. I rapporti della Brembo con la Fiat non sono facili (“abbiamo passato anni a bussare all’ufficio acquisti”) e solo in un secondo tempo si normalizzeranno, ma i ripetuti rifiuti spingono i Bombassei a puntare senza mezzi termini sul mercato tedesco dei freni. Al punto che, richiesto di un parere sul gruppo, Cesare Romiti scandirà maliziosamente: “Brembo è un’azienda tedesca che per caso si trova in provincia di Bergamo”.
Nonostante la narrazione che vuole i bergamaschi come comunità chiusa, Brembo è un esempio di straordinaria apertura, nella scelta dei mercati (la Germania in primis), nella cultura aziendale attenta alle evoluzioni del management americano e, in un’epoca successiva, nell’approdo in Borsa. Salto che molte multinazionali tascabili si rifiutano di fare. Cammin facendo la Brembo ha trovato il suo leader in Alberto Bombassei, figlio di Emilio, che prima cura la sola parte commerciale e successivamente, con l’uscita dal gruppo del fratello Sergio, assume su di sé l’intera responsabilità. Di mezzo c’è l’ingresso nel capitale del gruppo americano Kelsey-Hayes che acquisendo le quote proprio di Sergio diventa in un secondo tempo azionista di controllo. Sotto la bandiera a stelle e strisce la Brembo però rimane sempre testardamente indipendente finché non maturano le condizioni per una spettacolare recompra e Alberto Bombassei si assicura il controllo. Bricco lo racconta come un uomo misurato, amante della cultura manageriale americana, attento a tutto ciò che si muove sui mercati e potremmo dire anche nella società, visto quello che sarà il suo impegno prima in Confindustria e poi in Parlamento. Guidata da Alberto, la Brembo dà il via a un ciclo forzato di acquisizioni (una ventina) che ne aumentano progressivamente la taglia fino agli attuali 3,8 miliardi di ricavi e la presenza produttiva in tante geografie, compresa la Cina.
Le acquisizioni sono state finora mirate, tutto sommato piccole e geograficamente e tecnologicamente funzionali. Plug and play, come si dice in gergo. Ma ci sono state altre due occasioni in cui Brembo ha sfiorato il grande colpo. La prima si chiama Magneti Marelli, per la quale Bombassei presentò al venditore Fiat Chrysler un’offerta formale che fu sciaguratamente rifiutata, visto che la storica azienda è poi passata ai giapponesi di Calsonic Kansei e da lì ha intrapreso una corsa verso il declino. La seconda si chiama Pirelli, società verso la quale Brembo ha condotto un avvicinamento azionario attento alle evoluzioni della compagine societaria. Le cose sono andate diversamente e anche questo secondo bivio alla fine è stato saltato. Ma il gruppo, oggi guidato da Matteo Tiraboschi, vuole strutturarsi sempre di più come fornitore di soluzioni complete e non solo di singoli prodotti e quindi c’è da scommettere che in un futuro, tutt’altro che lontano, Brembo quell’ulteriore salto dimensionale e culturale lo farà. E’ solo questione di tempo e di sicuro non ha alcuna intenzione di frenare.