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Appunti per una riforma dell'Ets

Carlo Stagnaro

Bollette e riduzione della CO2. Si può salvare il bambino e buttare l’acqua sporca. Battaglie da combattere a Bruxelles e a Roma

Oggi l’energia elettrica si scambia in borsa a un prezzo medio di 140,6 euro/MWh: venerdì erano 107 euro. Se un intervento appariva urgente allora, lo è ancora di più adesso che le bollette incorporano il costo del conflitto nel Golfo e dell’incertezza sul futuro. Sarebbe però un errore ridurre il ragionamento all’emergenza. Pur contenendo previsioni discutibili e difficilmente attuabili (Il Foglio, 19 febbraio), il decreto aveva il merito di porre un problema strutturale, ossia la sostenibilità economica dell’Emissions trading system (Ets).

L’Ets è il più efficiente tra gli strumenti di riduzione delle emissioni a livello europeo. Il problema è che, nel tempo, a esso si sono affiancati altri vincoli e regolamenti settoriali, legati per esempio alle rinnovabili, all’automotive e all’efficienza energetica, che ne intaccano l’efficienza e ne moltiplicano i costi. La questione, quindi, non è quale sia astrattamente il mix di politiche “migliori”, ma concretamente come disegnare una strategia che tenga assieme decarbonizzazione e competitività. In questo senso, abolire l’Ets sarebbe sbagliato (mentre sarebbe giusto ripensare la politica dei sussidi a tutti e a tutto, ma questo è un altro discorso); sarebbe anche sensato riflettere su come riformare l’Ets per salvare il bambino dall’acqua sporca.

L’Ets impone un tetto alle emissioni dei settori coperti (la produzione di energia elettrica, l’industria e i trasporti aerei e marittimi, che rappresentano poco meno del 40 per cento del totale delle emissioni). Ciascun emettitore deve acquistare un numero di certificati pari alla quantità di CO2 generata. Se il valore dei permessi è superiore al costo che deve sostenere per tagliare la CO2, avrà interesse a ridurre questa e vendere quelli. Ecco perché il meccanismo è economicamente efficiente: induce ad abbattere le emissioni dove costa meno. I certificati vengono in parte distribuiti gratuitamente ai settori a rischio di delocalizzazione, in parte messi all’asta.

Che fare, allora? Il governo potrebbe, anzitutto, chiedere di mantenere (o espandere) la distribuzione gratuita dei certificati alle industrie esposte alla concorrenza internazionale, oggi in teoria destinata a esaurirsi gradualmente. In secondo luogo, il prezzo dei certificati dipende dal rapporto tra domanda e offerta, e l’offerta è determinata dal cap fissato a livello Ue. Il tetto scende del 4,3 per cento all’anno (4,4 per cento dal 2028). Un modo per alleviare la pressione sui prezzi potrebbe essere rallentarne la riduzione, per esempio tornando al tasso del 2,2 per cento in vigore fino al 2023: ciò, del resto, sarebbe coerente con l’esistenza di una pluralità di altri incentivi e meccanismi a sostegno delle clean tech nel settore elettrico e altrove, come ha notato Massimo Beccarello sul Sole 24 ore.

Infine, alcuni anni fa l’Ets fu oggetto di una riforma che portò alla cosiddetta Market stability reserve. La preoccupazione, all’epoca, era che il rallentamento dell’economia avrebbe potuto indebolire la domanda dei certificati e, di conseguenza, i prezzi, vanificandone l’efficacia. Pertanto si consentì alla Commissione di ridurre transitoriamente i certificati per sostenerne le quotazioni. Verrebbe da dire: l’operazione è riuscita, il paziente è morto. Ma da lì si potrebbe partire per creare un meccanismo simmetrico per il rilascio di certificati aggiuntivi quando i prezzi risultano eccessivi. Se l’Ets fosse l’unico strumento per orientare la decarbonizzazione, ciò non avrebbe senso; nell’attuale situazione, però, la definizione di un “collar” con valori minimi e massimi potrebbe essere un compromesso ragionevole.

Se queste sono battaglie da combattere a Bruxelles, ce n’è anche una che il governo può facilmente vincere a Roma: ogni anno la vendita dei certificati frutta circa 3 miliardi di euro di gettito, circa la metà dei quali va dispersa in rivoli opachi (l’altra metà alla riduzione del debito pubblico). Utilizzare queste risorse per contenere le bollette farebbe arrabbiare tanti piccoli rentier, ma sarebbe utile all’industria e al paese.

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