Il colloquio

Regina (Confindustria): “Sull'energia il governo si faccia rispettare in Ue”

Gianluca De Rosa

Il responsabile energia dell'associazione degli industriali avverte: "La crisi in Iran inciderà ancora sui prezzi. Senza un intervento come quello inserito nel decreto Bollette l'industria italiana sparirà"

Con la crisi in medio oriente, ancora una volta, abbiamo capito che un sistema globale così incerto deve spingerci, come europei, ad avere più autonomia.  Spero il governo si batta in Europa affinché passi la regola inserita nel decreto Bollette che consentirebbe di abbattere il costo per famiglie e imprese. Senza l’industria italiana rischia di non essere più competitiva e scomparire. Dobbiamo farci rispettare”. Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l’energia, è preoccupato, certo, ma anche fiducioso. Auspica che l’ennesima crisi internazionale dia la forza all’Ue di fare alcuni passi in avanti per evitare che l’incertezza sui prezzi dell’energia abbia effetti devastanti sull’industria italiana. In particolare auspica che il governo pretenda il via libera dall’Ue alla norma del decreto Bollette che consente di sterilizzare parzialmente il costo delle emissioni di Co2 dal prezzo finale dell’energia. Un meccanismo che nelle scorse settimane il Financial Times ha definito “ingegnoso” e che garantirebbe a imprese e famiglie italiane risparmi consistenti. “Il mercato aveva già iniziato a scontare questa misura facendo abbassare il Pun, la base del prezzo pagato dai consumatori, subito dopo l’approvazione del decreto del 10-15 per cento”, ricorda Regina.  La richiesta è stata inviata in base all’articolo 108 del trattato sull’Unione europea che riguarda gli aiuti di stato. “La Germania – sottolinea – mette sul tavolo 26 miliardi di aiuti di stato per le sue famiglie e imprese. La Francia ha un meccanismo che di fatto impedisce che il prezzo possa aumentare oltre i 70 euro al megawattora.  E noi ci dobbiamo preoccuparci che possano dire no al nostro decreto? Il governo italiano deve far valere i diritti delle sue aziende e dei suoi cittadini”.

D’altronde Regina è convinto che con la guerra in Iran il vero rischio non sia sull’approvvigionamento, ma sui prezzi. “Oggi – dice – c'è un rischio serio su alcune forniture, ma si tratta di quantità che non sono in grado di mettere in ginocchio l’Europa. Il problema è il prezzo che sale, gonfiato anche dai premi assicurativi e dalla speculazione. Purtroppo l’Italia sconta un mix energetico che si basa principalmente sul gas e, anche se abbiamo fonti diversificate, sconterà l’aumento del gas qatarino che pesa circa il 12-14 per cento sui nostri approvvigionamenti”. Per quanto riguarda il blocco del forniture la principale preoccupazione è legata allo stretto di Hormuz.  Il miglior alleato per riaprilo è la Cina. “Per loro – spiega Regina – è anche un problema enorme perché l’80 per cento di quello che passa dallo stretto va verso l'Asia, in Europa arriva solo il 20”.

Tornando agli Ets e al meccanismo ideato dal governo italiano, considerato fondamentale per abbattere il costo dell’energia, Regina ricorda: “Se il prezzo del gas prima di questa crisi è poco più che raddoppiato dall’inizio del conflitto russo-ucraino,  il costo di emissione di una tonnellata di Co2 è decuplicato, passando da 6 euro a 86 euro”.  Se passasse il principio italiano per scorporare il prezzo dell’energia dal costo dei diritti ad emettere sarebbe un primo colpo contro l’Ets. Un meccanismo che, non è una novità, il sistema imprese italiano ha preso di mira. “Noi – ripete Regina – chiediamo che dopo 20 anni di utilizzo questo sistema venga sospeso provvisoriamente. Siamo in una fase di emergenza e dobbiamo tutelare il nostro sistema industriale”. Il delegato di Confindustria riconosce che “il principio ‘chi inquina paga’ è condivisibile ma diventa suicida e irrazionale quando mina le fondamenta dello sviluppo”. Fa quindi due esempi: “Da un lato – dice – ci sono i settori in cui la tecnologia non consente oggi una riduzione delle emissioni mantenendo allo stesso tempo i prodotti competitivi con l’estero, come la ceramica. In questi casi l’Ets diventa una vera e propria tassa che mina la competitività delle imprese europee”. L’altra critica riguarda la finanziarizzazione del mercato europeo dei diritti a emettere: “Questo sistema è nato per far vendere quote tra imprese, tra chi riusciva a ridurre le emissione e chi no. Adesso invece i diritti sono trattati come una merce qualsiasi, con l’effetto che la speculazione finanziaria ne gonfia i prezzi”. E però perché questa battaglia tanto cara all’Italia dovrebbe interessare anche a paesi che, con mix energetici meglio diversificati, hanno costi molto differenti dai nostri? “E’ vero: noi non abbiamo il nucleare come i paesi del nord Europa, né, a causa della nostra geografia, possiamo avere impianti rinnovabili di dimensioni simili a quelle spagnole, eppure comunque altri paesi Francia e Polonia comprese, ci stanno seguendo. Non possiamo essere condannati per via di alcune regole a far cadere la nostra produzione industriale e il nostro livello di benessere”.

Di più su questi argomenti: