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Il Colloquio
La chiusura dello Stretto di Hormuz e i problemi energetici dell'Ue. Parlano Nicolazzi e Benedettini
Più il blocco logistico si prolunga più aumenta il rischio di inflazione e recessione. E attenzione all'offerta: la Cina ha abbastanza scorte per almeno un mese, ma se decidesse di non comprare dalla Russia allora "competerà con noi sui mercati rimasti aperti" dice il presidente dell'Isab
“Più il blocco dello Stretto di Hormuz va avanti, più siamo nei guai”, dice al Foglio Massimo Nicolazzi, presidente di Isab, società che gestisce impianti di raffinazione e gassificazione. “Per 15 giorni possiamo reggere questo choc, perché poi i prezzi dell’energia si possono abbassare. Ma se comincia a prolungarsi, vedo inflazione. E se continua, recessione”. Le recenti stime della Bce confermano l’analisi di Nicolazzi: un aumento permanente dei prezzi del gas e petrolio di circa il 14 per cento provocherebbe una recessione del pil europeo (-0,1) e un aumento dell’inflazione di 0,5.
Per questo oggi a Bruxelles si riunisce il Gas coordination group, convocato dalla Commissione europea per valutare l’impatto della guerra in Iran sui flussi energetici. Il suo compito è “coordinare” le misure di sicurezza e monitorare i livelli degli stoccaggi. Il 2 gennaio di quest’anno il gruppo si era già riunito dopo la fine del transito di gas russo attraverso l’Ucraina, proprio per certificare che non c’erano rischi immediati grazie alle nuove rotte e alla disponibilità di gnl. All’epoca gli stoccaggi europei erano al 72 per cento della capacità. Oggi invece la situazione è più fragile: “Il livello Ue registra un riempimento pari al 30 per cento (Olanda al 10, Germania al 27, ndr), rispetto alla media europea del 50 per cento nel 2024 e 2025" dice al Foglio Simona Benedettini, Ceo della società di consulenza energetica Race. "I prezzi riflettono anche una situazione di mercato corto”, continua Benedettini. “A breve si tratterà di affrontare il riempimento degli stoccaggi per la prossima stagione invernale. Non sarà banale se permarrà lo stop alla produzione di gnl qatarina. E l'attuale situazione dei prezzi già si vede nelle quotazioni forward del Ttf (ndr, i prezzi di oggi per comprare gas più avanti)”. Quali alternative abbiamo? “Direi la cooperazione internazionale per incrementare gli approvvigionamenti da fonti alternative, Stati Uniti in primis (per l’Ue il Qatar pesa il 7 per cento del gnl importato nel 2025, gli Usa il 58 per cento, ndr)” risponde la Ceo di Race; non a caso, gli esportatori americani di gnl vogliono accelerare l'import verso l’Ue per massimizzare i profitti.
“Ci siamo convinti che non era importante avere livelli di stoccaggio altissimi”, commenta Nicolazzi. “Questo perché grazie agli stabilimenti americani che liquefacevano il gas potevamo tranquillamente rifornirci via mare, con una nuova capacità che non faceva esplodere il prezzo grazie all’aumento dell’offerta”, riflette il presidente di Isab. “Poi hanno chiuso lo Hormuz: in termini di volumi è come aver tolto dall’offerta di petrolio quasi la totalità della produzione, congiunta, di Arabia Saudita e Russia. Quasi un quinto dei consumi mondiali che non saranno rimpiazzati fino all’apertura degli stretti”. Eppure, l’84 per cento del greggio e condensati che ha attraversato Hormuz nel 2024 è andato in Asia (Cina, India, Giappone, Corea del Sud). L’impatto per noi potrebbe essere inferiore rispetto all’Indopacifico? “Cito Morris A. Adelman, forse il più grande economista del petrolio de Novecento: il mercato mondiale del petrolio, come l’oceano del mondo, è un’unica grande piscina”, riflette Nicolazzi. “E’ un’enorme vasca senza vincoli di provenienza o destinazione. Quindi se la Cina decide di non fare un ‘favore’ alla Russia, ossia offrire manutenzione alle petroliere russe bisognose, vuol dire che anche Pechino competerà con noi sui mercati rimasti aperti”. Poi continua: “La Cina l’anno scorso ha acquisito fino a un milione di barili di petrolio al giorno extra per le loro scorte. Quindi un mese di chiusura di Hormuz lo resistono senza problemi. El’India per ora si è impegnata con Trump a non acquisire più greggio russo” conclude Nicolazzi.
Con il Qatar fermo e Hormuz chiuso, Bruxelles resta appesa all’alleato americano, nella speranza che questo non si trovi a scegliere se destinare i carichi all’Ue o all’Asia. Per questo l’unico auspicio concreto è che la chiusura di Hormuz termini il prima possibile.