Ansa
trasparenza e partecipazione
Le sfide della contrattazione collettiva nella gig economy e l'urgenza di agire
Il dibattito lavoristico delle ultime settimane si è sviluppato sul food delivery e chiede ai protagonisti di questo mondo, dai sindacati agli uomini di impresa, di interrogarsi sulle soluzioni da adottare per conciliare le esigenze dei lavoratori e le aspettative delle imprese
In queste ultime settimane il dibattito lavoristico si è concentrato sull’attività della Procura di Milano all’interno del mondo del food delivery, in particolare per quanto concerne le indagini sui principali player del settore, Glovo e Deliveroo. E’ una questione molto articolata e complessa, che vede il variegato mondo del lavoro (sindacati, accademici, uomini di impresa) interrogarsi sulle possibili soluzioni da adottare per conciliare le esigenze dei lavoratori con le aspettative delle imprese e, soprattutto, con un modello di organizzazione del lavoro che scardina i principi del passato.
Vi sono, quindi, dei nodi da sciogliere tanto nel metodo quanto nel merito. Dal punto di vista del metodo ritengo che lo strumento migliore per disciplinare i problemi sociali e del lavoro sia quello pattizio: la contrattazione collettiva. Per essere effettivamente “collettiva”, la contrattazione deve riuscire a rappresentare interamente la comunità del lavoro. La difficoltà nella rappresentanza del lavoro di oggi è che i bisogni sono sempre meno omogenei ed è perciò difficile la costruzione di sintesi efficaci. Addirittura, nello specifico settore del food delivery, sono presenti tantissimi lavoratori che preferiscono e traggono maggiore convenienza economica e di equilibrio di vita nell’esecuzione autonoma degli incarichi di lavoro: scegliere quando lavorare, se accettare o meno una determinata consegna e se lavorare maggiormente per una certa piattaforma o per un’altra. Solo i corpi intermedi che vivono nella prossimità possono interloquire con questi lavoratori avendo come stella polare la rappresentanza e non la rappresentazione, che a seconda dei momenti favorisce la diffusione di certi messaggi, di natura essenzialmente politica, piuttosto che altri.
A differenza di quello che sembrerebbe trapelare dai mass media, la realtà non è fatta solo di lavoratori che guadagnano 2,5 euro a consegna. Come Felsa, l’associazione della Cisl che rappresenta i cosiddetti atipici e gli autonomi, abbiamo incontrato molti lavoratori (italiani) che a seguito di una ristrutturazione o crisi aziendale, oppure dopo la chiusura della propria attività, erano in difficoltà nel rientrare nel mondo del lavoro (soprattutto quando con oltre 55 anni), e hanno trovato soddisfazione e riscatto in questo lavoro. Per soddisfazione si intende anche quella economica, ovvero un reddito in grado di mantenere sé stessi e la propria famiglia. Questa capacità di discernimento è possibile applicarla solo se si ha una effettiva base associativa, ossia se le parti sociali si mettono in reale ascolto dei lavoratori e provano ad interpretare le loro necessità e tracciano la strada per migliorare le loro condizioni.
Parafrasando la parabola evangelica del “vino nuovo in otri nuovi”, è naturale domandarsi se sia ragionevole applicare al lavoro su piattaforma digitale, organizzato tramite algoritmi, le categorie della subordinazione (o della etero–organizzazione) e della autonomia così come concepite nel secolo scorso. La riflessione da portare avanti non concerne l’incasellamento delle nuove categorie di lavoro nelle tassonomie del passato, ma se queste classificazioni abbiano ancora senso di esistere. L’alternativa è la costruzione sartoriale di un insieme organico ed equilibrato di tutele economiche e normative, garanzie sociali, utilizzo di flessibilità e autonomia, per ogni condizione di lavoro. Per il mondo delle piattaforme digitali dovremmo fare lo sforzo di uscire dalla dicotomia subordinazione–autonomia, come se la prima fosse la panacea di tutti i mali e la seconda la turpitudine del lavoro, e quindi riflettere su quali tutele servono ai lavoratori perché siano sicuri, correttamente pagati e soddisfatti.
Il dato certo è che non si può restare fermi: occorre agire e farlo rapidamente, perché non c’è più tempo da perdere. Ci sono senza dubbio condizioni di lavoro da migliorare e un sistema di regole da reinterpretare. Ci è richiesto di gettare le fondamenta di un impianto di relazioni industriali all’avanguardia, in grado di essere guida delle trasformazioni, senza subire gli effetti collaterali delle innovazioni digitali e organizzative. L’istituto che riteniamo necessario e imprescindibile per governare questo processo si chiama “partecipazione”. Occorre trasparenza nella gestione dell’algoritmo. I lavoratori devono essere perfettamente messi a conoscenza del processo di elaborazione e decisione che orienta le decisioni della piattaforma. Da questo diritto scaturisce tutto il resto: la definizione di compensi equi, la tutela della salute e della sicurezza, le coperture assicurative e sociali, le tutele individuali e collettive. Perché, come recita la nostra Costituzione, “il lavoro deve essere tutelato in tutte le sue forme e applicazioni”.
Daniel Zanda, Segretario generale Felsa Cisl