Ansa

A Taranto

La stampa italiana ha iniziato indagare sui bilanci di Michael Flacks

Annarita Digiorgio

L'investitore britannico, unico candidato per acquistare l'Ilva, non ha alcuna esperienza nella siderurgia. Per questo Urso ha dichiarato che tra le clausole di vendita c’è l’obbligo per Flacks di avere un partner industriale forte

Negli ultimi giorni la stampa italiana ha iniziato indagare sui bilanci di Michael Flacks, l'investitore britannico unico candidato per acquistare a un euro gli stabilimenti Ilva, senza avere alcuna esperienza in siderurgia. Ma soprattutto senza un bilancio pubblico, solo brochure.

 

La carriera di Michale Flacks inizia a 15 anni, quando lascia la scuola per mettersi a vendere jeans nei mercati londinesi. Poi passa agli outlet, all'immobiliare e alle aziende, registrando diversi fallimenti. Nel 2022 acquista un’azienda di vernici, la Kelly Moore Paints (400 milioni di fatturato e 1.200 dipendenti), e un anno dopo fallisce chiudendo per sempre. Flacks Group non ha bilanci pubblici e non è quotato in Borsa, e per Ilva ha dichiarato di essersi affidato a Dio. Il quadro ricostruito dalla stampa, e non ancora smentito, è preoccupante e stupisce come a verificarlo non sia stato il governo prima di vendergli Ilva. Soprattutto dopo le parole nette del premier Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno: “Non la cederemo a investitori con scopi predatori”. Per questo la settimana scorsa Urso ha dichiarato che tra le clausole di vendita c’è l’obbligo per Flacks di avere un partner industriale forte. Ma Arvedi si è tirato fuori, Metinvest deve ancora iniziare a Piombino come Jindal, Danieli è pronto a prendere commesse ma non a metterci soldi, Mercegaglia al massimo comprerebbe altro acciaio. Resta solo Invitalia o Cassa Depositi e Prestiti, ma la prima è corresponsabile del fallimento di Acciaierie d’Italia, la seconda ha già dichiarato di non poter intervenire in aziende senza speranze di guadagno (e se non lo fanno aziende pubbliche, figurarsi quelle private). Eppure Michael Flacks ha dichiarato che se venisse a Taranto “succederebbe come quando i Beatles andarono in America”. Dopo questa qualcuno dalle parti del governo deve averlo inibito dal rilasciare interviste a raffica come aveva iniziato a fare, da Bildeberg fino a Taranto Sera. Di fatto da Palazzo Chigi hanno arenato la vendita a Flacks, non ignari dell’errore commesso da Urso togliendola ad ArcelorMittal. 

 

In questo quadro si inserisce la sentenza di ieri del tribunale di Milano che, in difesa della salute dei cittadini di Taranto che hanno fatto ricorso, impone ai commissari straordinari di rivedere l’attuale assetto, pena la chiusura dell’area a caldo il 24 agosto. La sentenza, che certamente verrà impugnata dai commissari straordinari, in realtà più che al gestore si rivolge al governo, definendo insufficienti le prescrizioni che sono state rilasciate con l’autorizzazione integrata ambientale dello scorso agosto. “Abbiamo salvato Ilva” urlò il ministro Urso al congresso della Cisl appena saputo che l’Aia era stata firmata dal ministero dell’Ambiente. La stessa che autorizza i quattro altoforni Ilva per i prossimi 12 anni, di fatto considerandoli non pericolosi per ambiente e salute. Al netto delle chiacchiere che poi, gli stessi firmatari, raccontano sulla decarbonizzazione ilva. Proprio ieri mattina, mentre il tribunale di Milano ordinava lo spegnimento degli impianti, il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin partecipava a una convengo a Taranto sul futuro dell’industria a idrogeno. Con lui all’unanimità parlamentari di destra e di sinistra. E il sindaco di Taranto, che alla notizia della sentenza ha commentato “la decisione dei giudici milanesi non inciderà sul percorso di vendita dello stabilimento né sulla strategia di decarbonizzazione già delineata. La direzione intrapresa punta a fare di Taranto un simbolo della transizione verso un’industria green”.

 

Praticamente la stessa fuffa di Urso ed Emiliano. Diversi i toni da parte dei parlamentari di Fratelli d’italia, che hanno colto l’occasione per scagliarsi contro la magistratura accusandola di far saltare la vendita e l’industria italiana, ovviamente mettendo in mezzo i migliaia di lavoratori coinvolti. Eppure l’incontro al ministero del lavoro per rinnovare la cassa integrazione straordinaria a 4 mila dipendenti era già programmato da settimane. E proprio ieri il ministero di Urso annunciava l’apertura dello sportello alle imprese della crisi Ilva per candidarsi a prendere altrettanti sussidi a fondo perduto. La sentenza di ieri di fatto offre un assist al governo per interrompere la vendita Ilva a Flacks. Nella direzione in cui ha auspicato Meloni. Sbaglia il centrodstra se ne approfitta per la campagna referendaria. Come ha già sbagliato Meloni commentando le sentenze contro i migranti. I giudici sbagliano, ma anche i politici.

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