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l'intervista
Ichino: “Per i rider il salario minimo non serve: c'è già. Serve cambiare le norme”
"Si può parlare di sfruttamento, ma non capisco cosa c’entri il caporalato. Occorre ridisegnare interamente il sistema di protezione", dice il giuslavorista
“Le accuse dei pm su Deliveroo? Si può parlare di sfruttamento, ma non capisco cosa c’entri il caporalato”. Lo dice al Foglio Pietro Ichino, ex parlamentare dem e giuslavorista. “E’ una forma di organizzazione del lavoro ottocentesca; ma qui dov’è il caporale, in che cosa consisterebbe l’interposizione fraudolenta tra datore e prestatore di lavoro?”. Ai dubbi dell’esperto di diritto del lavoro fa da sfondo il commissariamento di Deliveroo Italy, colosso del food delivery, disposto dalla procura di Milano nell’ambito di un’indagine sul presunto caporalato nel settore delle consegne a domicilio. Ai rider, ventimila in Italia, sarebbero state corrisposte paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il 90 per cento rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”, si legge nell’imputazione.
Ancora una volta la cronaca offre alla politica un’occasione per spolverare vecchie battaglie. “Anziché porsi il tema di un salario minimo legale, la maggioranza si concentra sulla legge elettorale per evitare di perdere le prossime elezioni”, ha detto Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera. Avs rilancia: “Il governo continua a dire no al salario minimo, mentre migliaia di rider restano intrappolati in paghe indecenti”. La proposta delle forze di sinistra è quella di una soglia minima di 9 euro l’ora, sotto la quale nessun contratto può scendere. “In realtà – spiega Ichino – uno standard retributivo minimo adeguato è già previsto sia dal contratto collettivo nazionale Assodelivery/Ugl (10 euro), sia dal contratto aziendale JustEat (9 euro). Ma, sia che si applichi il primo o il secondo, non basta per portare la retribuzione complessiva sopra il livello di povertà, se il rider lavora soltanto tre o quattro ore al giorno”.
Da marzo 2021 JustEat applica ai rider il ccnl logistica, trasporto merci e spedizione, che prevede solo part-time per un massimo di quattro ore al giorno. Il contratto nazionale Assodelivery (l’associazione italiana maggiormente rappresentativa dell’industria del food delivery), stipulato l’anno prima insieme a Ugl rider, aggiunge un euro in più. E’ quello applicato sia da Deliveroo che da Glovo (anch’essa commissariata). Ma “la sua applicazione pone un altro problema”, secondo Ichino. “In quel sistema la retribuzione effettiva dipende dal numero delle consegne che vengono effettuate, col risultato che un’ora di lavoro può essere retribuita di fatto molto più, ma anche molto meno di 10 euro, a seconda della concentrazione delle consegne”.
Nel frattempo, la procura avvia accertamenti anche nei confronti di altre sette multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e fast food in rapporti con Deliveroo: da McDonald’s fino a Carrefour. Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire “modelli organizzativi” per verificare se sono “idonei” a “impedire la commissione” dello sfruttamento lungo la filiera.
Nel cuore di ogni indagine c’è la necessità di capire come inquadrare contrattualmente i lavoratori. Ragionare ancora in termini di subordinazione, però, potrebbe non essere la soluzione. “La protezione inderogabile del rapporto di lavoro subordinato è stata costruita lungo tutto il Novecento in riferimento al lavoro svolto sotto il vincolo del ‘coordinamento spazio-temporale’, cioè obbligatoriamente in un dato luogo e in un dato tempo – spiega ancora il giuslavorista –. Quando, come nel platform-work, il coordinamento è interamente svolto dalla strumentazione informatica e telematica, occorre ridisegnare interamente il sistema di protezione”. In che modo? “Sicuramente devono cambiare le norme. Gran parte di quelle in materia di lavoro, ad esempio, attengono all’orario di lavoro. Tutto questo nel momento in cui la prestazione non è più connotata dal tempo non ha più senso. Bisogna trovare forme di protezione che garantiscano il riposo ma in forme diverse rispetto a prima. Ma soprattutto – secondo il giuslavorista – il criterio per la protezione non può più essere costituito dalla subordinazione, ma dalla posizione di dipendenza economica”. Le indagini dei pm vanno avanti, ma per un cambiamento del genere un giudice non basta: “La magistratura può smuovere le acque, ma la soluzione non può trovarsi in un procedimento penale”.