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Farsi capire
Direttive per l'uso corretto dell'italiano alla Ragioneria generale dello stato. Mugugni
Le regole volute da Daria Perrotta, sul corretto uso della lingua avrebbero suscitato le ire del ministro Salvini. Eppure la qualità dei testi normativi a livello europeo non ha fatto altro che calare negli ultimi anni
La Ragioniera generale dello stato, Daria Perrotta, ha dato direttive ai suoi collaboratori sul corretto uso della lingua. Apparentemente, questo starebbe rallentando l’attività ordinaria di rilascio dei pareri, senza i quali i provvedimenti non possono ricevere la famigerata bollinatura ed essere votati dal Parlamento. Secondo il Fatto Quotidiano, Perrotta avrebbe messo al bando le abbreviazioni – “articolo, decreto legge, decreto legislativo (…) devono essere scritti per esteso” – e le d eufoniche (salvo “quando la parola che le segue inizia con la stessa vocale”), vietato l’utilizzo degli elenchi puntati (a favore di quelli con numeri o lettere) e bocciato l’utilizzo di alcune espressioni tipicamente burocratiche ( “altresì”, “trattasi”, “corre l’obbligo”, “ciò posto” e “in parola”) e dei costrutti sintattici che tipicamente vi fanno seguito.
Questa rivoluzione avrebbe suscitato le ire, tra gli altri, del ministro Matteo Salvini (collega di partito di Giancarlo Giorgetti), che, secondo Repubblica, avrebbe ben 27 provvedimenti incagliati al Mef nell’attesa di un parere. Insomma: meglio un responso rapido che uno chiaro. Viene però da chiedersi se la responsabilità delle lungaggini sia di Perrotta, che pretende di motivare le decisioni della Ragioneria in modo non solo formalmente corretto ma anche stilisticamente comprensibile, oppure di una burocrazia diseducata da anni di burocratese. Uno studio di Epicenter ha mostrato come la qualità dei testi normativi a livello europeo sia calata negli ultimi anni, mentre un lavoro di Luigi Guiso e altri ha evidenziato la stessa dinamica in Italia e ne ha stimato i costi nell’astronomica cifra di 5 punti di pil.
Nella sua battaglia per l’igiene linguistica, Perrotta ha numerosi antecedenti. Il 9 agosto 1940, Winston Churchill diffuse al Gabinetto di Guerra un ordine sulla brevità dei dispacci: “qQuasi tutti sono troppo lunghi. Questo fa sprecare tempo quando dovremmo concentrarci sui punti essenziali”. Nel 1946, George Orwell dedicò un saggio proprio a questo tema: la lingua “diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma la trascuratezza della nostra lingua ci rende più facile avere pensieri stupidi”. Anche il premio Nobel per l’Economia Paul Romer, quando era capo economista della Banca mondiale, entrò in conflitto col suo staff per lo stesso motivo. Le sue istruzioni, relative sia ai documenti pubblici sia alle comunicazioni interne, intervenivano su aspetti quali la lunghezza delle frasi e l’organizzazione del periodo (per esempio, la congiunzione “e” non doveva superare il 2,6 per cento dei termini utilizzati in qualunque documento). Egli ricordava uno studio di alcuni anni prima sul “bancomondialese”, cioè un gergo interno “codificato, autoreferenziale e scollegato dal linguaggio quotidiano”. Per Romer, “se un autore dedica un’ora ad accorciare e migliorare un testo, questo potrebbe far risparmiare un minuto a ciascun lettore. Se ci sono anche solo 100 lettori, un’ora addizionale di editing fa risparmiare 100 minuti di lettura”.
Quelle di Perrotta possono apparire (e forse sono) ossessioni, ma incarnano un tipo di cambiamento culturale di cui il paese ha bisogno. Facendo sfottò del “dolce stil novo” ragionieristico, il Fatto Quotidiano ridacchia che “una pletora di anziani funzionari, ligi solo alla religione sconsacrata del pareggio di bilancio, adesso devono risciacquare i panni in Arno”. I panni puliti non hanno mai fatto male nessuno. Forse anche il Fatto – che sbaglia la concordanza tra soggetto (la pletora) e verbo (devono) – avrebbe bisogno di meno ironia e più Perrotta.