Ansa
dirigismo energetico
Sul dl Energia Meloni come Draghi: requiem per il mercato, problemi irrisolti
Speculazioni a danno di famiglie e imprese: è questo il sottostante delle misure contenute nell'ultima bozza del decreto. Ma se a questo governo si deve la scrittura di uno dei capitoli più avvincenti della saga, la paternità è tutta dell'ex presidente del consiglio
La recente bozza del decreto Energia del governo Meloni sta suscitando molte polemiche e creando una spaccatura anche all’interno della stessa maggioranza. Il provvedimento, infatti, è percepito da più parti come un requiem per il mercato. L’intervento è l’atto finale (?) di una commedia che, da mesi, vede accusati gli operatori di speculare alle spalle dei consumatori. Se a questo governo si deve la scrittura di uno dei capitoli più avvincenti di questa pièce, con un provvedimento che giunge dopo mesi di gestazione, è al governo Draghi che si deve la paternità più attuale della sceneggiatura.
E’ infatti sotto l’esecutivo guidato guida dall’ex presidente della Bce che nascono i più recenti provvedimenti interventisti e contrari ai principi del libero mercato in materia di energia. Forti, in quella circostanza, di un sapere accademico che non poteva in alcun modo essere messo in discussione. Dalla tassa sui non meglio definiti “extraprofitti” delle imprese elettriche, al tetto ai ricavi degli impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili o al blocco delle variazioni delle condizioni economiche dei contratti di fornitura di luce e gas. Sino alle fantasiose ipotesi di riforma del mercato elettrico o di un tetto al prezzo all’ingrosso del gas. Tutto ciò nel mezzo di una crisi energetica senza precedenti, che imponeva costi di approvvigionamento sempre più onerosi per gli operatori e rendeva quindi insostenibili le condizioni di vendita di molte offerte sottoscritte dai clienti finali prima dell’esplosione della crisi. Senza considerare l’esigenza di lasciare libera la formazione dei prezzi all’ingrosso del gas per attrarre le forniture necessarie a scongiurare il razionamento. Oltre a questo, vale la pena ricordare che le regole di funzionamento dei mercati elettrici, comuni a tutti i paesi europei, hanno avuto il merito di incoraggiare i necessari investimenti in fonti rinnovabili per il raggiungimento dei target climatici europei. Il sottostante di queste misure sempre lo stesso: speculazioni a danno di famiglie e imprese. Le radici di questa narrazione sui mercati energetici, che non ha eguali per altre attività economiche di rilievo per i consumatori (si pensi agli utili del settore finanziario o allo stato dei trasporti italiani), affondano in più parti. Da un lato, le politiche energetiche europee, trasformandosi sempre più in politiche industriali, hanno finito col riversare in bolletta costi significativi a fronte di benefici non ancora tangibili per famiglie e imprese. Su gran parte di questi oneri, di natura regolata o parafiscale, gli attori del mercato oggi alla gogna hanno ben poco a che fare.
Una seconda causa ha a che vedere con il progressivo sconfinamento dell’attività legislativa nel campo della regolazione proprio delle autorità (indipendenti) di settore. In questo ultimo e nel precedente decreto Energia del governo Meloni non mancano gli esempi di norme dal carattere squisitamente regolatorio. La stessa cosa accadeva negli interventi del governo Draghi. Una terza radice dell’attuale narrazione populista sui settori energetici è legata alla precedente. All’invasione di campo del legislatore, l’autorità di regolazione di settore non ha saputo imporre adeguate contromisure attraverso atti di indirizzo o parere o semplicemente sottraendosi a richieste di intervento come potrebbe (e dovrebbe) fare un organismo indipendente. Un sistema di governance, per dirsi efficace, ha necessità di meccanismi di pesi e contrappesi nel rispetto dei ruoli istituzionali e dell’indipendenza che li deve caratterizzare. Che andrebbero non solo rivendicati ma anche interpretati proattivamente per evitare di creare spazi che vengano poi occupati. Un esercizio, questo, che non può escludere il confronto con gli stessi attori di mercato per supportare processi decisionali informati in settori, come quelli regolati, caratterizzati da elevata complessità tecnica. Il crollo dei titoli delle principali utility, una volta circolata la bozza dell’imminente decreto Energia, e i numerosi contenziosi sorti durante il governo Draghi sono emblematici. Suggeriscono che non sono sufficienti le più prestigiose cattedre universitarie o le migliori intenzioni patriottiche per decidere, spesso in solitaria, su settori di una simile complessità. Soprattutto se portano a misure dirigiste che decretano il requiem del mercato distruggendo certezza del diritto, e quindi investimenti, e, in ultimo, la creazione di valore per famiglie e imprese. Un pessimo precedente che, volendo essere ottimisti, si spera sia l’ultimo atto della commedia.
lottizzazione e lauree