Foto:Ansa.
L'analisi
Il silenzio di Lula sull'accordo Argentina–Usa e i limiti del Mercosur
I diplomatici brasiliani passano in rassegna l'accordo tra Milei e Trump, temendo per una violazione delle regole del blocco commerciale sudamericano. Ma da Brasilia tutto tace: anche lì si sta cercando un accordo bilaterale con Washington
Il governo brasiliano sta esaminando con discrezione l’accordo commerciale firmato il 5 febbraio a Washington da Stati Uniti e Argentina perché teme che possa entrare in conflitto con le regole del Mercosur, l’unione doganale che riunisce, oltre a Brasile e Argentina, anche Paraguay e Uruguay. Per ora si tratta solo di una revisione tecnica, ma se dovesse emergere una violazione formale, il dossier potrebbe finire sul tavolo del Consiglio del Mercosur.
Il punto di frizione è la decisione 32/00 del Consiglio del mercato comune, che impegna i membri a negoziare insieme con paesi terzi quando si concedono preferenze tariffarie. Infatti il Mercosur si definisce attraverso un dzio esterno comune, in vigore dal 1995, e un regime di origine dei beni per il trattamento preferenziale interno. Il blocco sudamericano ha costruito la sua identità sulle barriere elevate: la tariffa esterna comune oggi è indicata in media intorno all’11,5 per cento, con punte del 35 per cento su alcune categorie. Non è un caso che il Cile sia rimasto socio e non membro, avendo sempre rifiutato le barriere elevate e preferito accordi bilaterali più ambiziosi e mercati più aperti. Dopo le crisi dei primi anni duemila, però, sono proliferate le deroghe. Per anni Argentina e Brasile hanno mantenuto 100 linee tariffarie ciascuno nelle rispettive liste nazionali di eccezioni. Nel 2025, nel pieno delle tensioni commerciali globali, il Mercosur ha ampliato temporaneamente quelle liste: per Argentina e Brasile il tetto è salito a 150 codici, mentre Uruguay e Paraguay hanno margini più ampi.
Tornando all’accordo argentino con gli Stati Uniti, la Casa Rosada sostiene che le riduzioni tariffarie per i prodotti Usa rientrino nelle 150 eccezioni alla tariffa esterna comune ottenute l’anno scorso, mentre funzionari brasiliani la valutano più vicina a 200 voci, con dubbi anche su regole di origine e standard tecnici. La calma apparente brasiliana, però, ha almeno due spiegazioni. In primo luogo, Luiz Inácio Lula da Silva non vuole infastidire Washington, con cui ha intavolato una trattativa commerciale. Infatti, nel 2025 gli Stati Uniti hanno portato al 50 per cento i dazi su molte esportazioni brasiliane (con alcune esclusioni), legando la scelta al processo contro l’ex presidente Jair Bolsonaro per un tentativo di golpe. Da allora, la linea del governo è stata: “Negoziare, negoziare e negoziare”, ha detto la segretaria al commercio estero Tatiana Prazeres.
In secondo luogo, il caso argentino mette in chiaro la crisi di identità del Mercosur. Il presidente libertario Javier Milei ha apertamente criticato il protezionismo dell’unione doganale, facendo capire che se la gabbia non si apre l’Argentina è disposta a farne a meno. L’integrazione si è inceppata da tempo e le esenzioni hanno eroso la promessa di un mercato unico. E così i paesi sono alla continua ricerca di alternative bilaterali, come dimostra il precedente uruguaiano. Nel 2022, quando Montevideo spingeva per accordi autonomi con la Cina e per l’ingresso nel Cptpp ( l’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico, che rappresenta il 15 per cento del pil mondiale, con Canada, Cile, Australia etc.), Argentina, Brasile e Paraguay arrivarono a minacciare “misure” ma il vertice di Montevideo si chiuse senza una dichiarazione comune. Oggi, infatti, l’Uruguay è entrato nel processo formale di adesione al Cptpp, e Brasilia non può contestare Buenos Aires senza contraddirsi sulle concessioni fatte a Montevideo.
In ogni caso, dentro l’intesa Usa–Argentina non ci sono solo dazi, ma nuclei geopolitici. Secondo l’accordo, Buenos Aires è pronta a riconoscere standard e procedure statunitensi senza nuove valutazioni di conformità. Sul digitale accetta di non imporre dazi sulle trasmissioni elettroniche né sui servizi digitali. Sul fronte agricolo, apre l’accesso per pollame e prodotti avicoli e semplifica l’export Usa di carne bovina e suina. Infine, il capitolo più caldo: la cooperazione su controlli all’export per beni dual use, infrastrutture di Tlc e scambio di minerali critici, essenziali per la difesa. Nota a margine: secondo l’accordo, sarebbero vietati i limiti all’uso di nomi di formaggi tutelati dalle Indicazioni geografiche (Ig), come “asiago” o “feta” – proprio quelle Ig tanto care ai produttori italiani. I negoziatori europei avevano avvertito di questo rischio, ma sembra non esser bastato.
Sebbene l’ingresso della Bolivia come membro permanente e la firma dell’accordo con l’Ue rappresentino passi in avanti, è chiaro come nel Mercosur al momento prevalga un compromesso di fatto. Nessuno rompe l’unione, ma ognuno tratta per conto suo e per i propri interessi nazionali. Chi fa da sé fa per tre, anzi quattro.
lottizzazione e lauree