Foto Epa, via Ansa
l'analisi
Serve tornare a parlare di Transizione 5.0 e di decarbonizazzione
Tra tagli improvvisi, sportelli chiusi e incentivi riscritti in corsa, la politica industriale italiana torna indietro di dieci anni e lascia le imprese nel limbo, proprio mentre la doppia transizione digitale ed energetica richiederebbe stabilità, visione e coerenza
Se l’Italia vuole davvero una politica di sviluppo delle imprese, deve tornare a parlare seriamente di Transizione 5.0. Non come slogan, ma come architettura coerente di incentivi che spingano le imprese a fare ciò che oggi serve davvero: innovazione di prodotto e di processo, maggiore efficienza energetica, digitalizzazione avanzata e servitizzazione della meccanica strumentale e dei modelli B2b. Tutto ciò che tiene insieme competitività industriale e transizione ambientale e che è oggi una delle poche leve su cui può contare il nostro Made in Italy. Negli ultimi due anni, invece, la politica industriale ha fatto un giro completo su se stessa. Un 360 gradi che ha riportato il sistema esattamente al punto di partenza.
Il piano Transizione 5.0, finanziato con 6,3 miliardi di euro su RepowerEu, era nato con un disegno chiaro: incentivare investimenti materiali 4.0, fonti rinnovabili per autoconsumo, efficienza energetica dei processi e dei siti produttivi. Con contributi importanti – dal 35 al 45 per cento di credito d’imposta – legate a miglioramenti misurabili dei consumi energetici, e con una premialità ulteriore per il fotovoltaico più efficiente. Doveva durare fino al 31 dicembre 2025, offrendo alle imprese un orizzonte temporale certo anche grazie a procedure di accesso semplificate. Poi, improvvisamente, il 7 novembre, il taglio: meno 3,8 miliardi di dotazione, a piano ancora aperto. Le imprese vengono messe “in attesa”. Gli investimenti deliberati, spesso già avviati, restano sospesi. Il 20 novembre arrivano rassicurazioni politiche sulla copertura finanziaria. Ma due giorni dopo un decreto chiude lo sportello di presentazioni e delle prenotazioni al 27 novembre e aggiunge solo 250 milioni. Nel frattempo, le richieste presentate superano di gran lunga le risorse disponibili. Il risultato è un buco potenziale di circa 1,6 miliardi. A dicembre arriva l’ultimo colpo di scena: nella manovra compare un fondo da 1,3 miliardi, ma non per le code di Transizione 5.0 orfane dei fondi Pnrr. Serve a finanziare nel 2025 Transizione 4.0, con un credito d’imposta al 20 per cento e senza più le fonti rinnovabili. Un incentivo diverso, più debole, che non sana le domande rimaste scoperte. Perché? Per le regole Eurostat gli incentivi Transizione 5.0 vanno tutti a pesare sul deficit 2025 che si sta cercando di tenere al di sotto del fatidico 3 per cento mentre gli effetti sulla finanza pubblica degli incentivi 4.0 si spalmano negli anni a venire. Il risultato è che ad oggi molte imprese sono in un limbo: non sanno se avranno diritto al 45 per cento del T 5.0 o al 20 per cento del T 4.0. È difficile immaginare un modo più efficace per indebolire ogni fiducia nelle politiche di incentivazione e bloccare nuovi investimenti.
Così, dopo aver parlato per mesi di industria verde, efficienza energetica e nuova manifattura, siamo tornati esattamente al punto in cui eravamo dieci anni fa. Alla vecchia discussione tra iperammortamento e credito d’imposta. Con una differenza: questa volta ha vinto l’iperammortamento, che è strutturalmente più adatto alle imprese con margini capienti e capacità di pianificazione fiscale. Vale la pena ricordarlo: è stato proprio il passaggio dall’iperammortamento al credito d’imposta a permettere, con Industry 4.0, di raggiungere circa 180 mila imprese su 265 mila strutturate con più di 10 addetti. È lì che la politica industriale ha iniziato ad avere effetti di modernizzazione diffusi sul nostro sistema produttivo.
Il problema non è scegliere tra 4.0 o 5.0 ma è restare intrappolati in un dibattito vecchio di dieci anni, mentre il mondo industriale corre su digitalizzazione avanzata, automazione robotica, integrazione tra macchina e servizio, efficienza energetica e nuovi modelli produttivi. L’Italia non può permettersi incentivi intermittenti, riscritti in corsa, mal coordinati con le regole che governano in Europa la minimum tax del 15 percento, e che scaricano il rischio sulle imprese. Serve riaprire subito una discussione seria su Transizione 5.0. La decarbonizzazione non è solo un vincolo ambientale: può essere una grande opportunità economica perché l’Italia è già leader negli standard ambientali, perché dispone di un forte capitale industriale e tecnologico e perché, nel medio periodo, l’energia pulita prodotta localmente può costare meno dell’energia fossile importata. Ma se la transizione è lasciata alle sole regole e agli obblighi, diventa un costo. Se invece è accompagnata da investimenti, innovazione e nuovi modelli produttivi, diventa un moltiplicatore di competitività.