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L'ora degli Eurobond
Al Consiglio europeo si discute di titoli del debito Ue e Meloni fa asse con il prudente Merz
Con le tensioni globali riaccese da Trump, gli eurobond tornano centrali come strumento economico e geopolitico. Crescono le aperture anche in Germania, ma restano le resistenze sulla mutualizzazione del rischio
Fino a quando non è tornato Donald Trump il dibattito sugli eurobond è rimasto quasi sempre in un ambito tecnico o accademico, al massimo legato a situazioni di emergenza come la pandemia. Persino il bazooka da 800 miliardi auspicato da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea del 2024 aveva tutto sommato lasciato scettiche le cancellerie europee. Ma con i dazi e la rottura degli equilibri transatlantici si è fatta largo la consapevolezza che un titolo di debito comune potrebbe servire all’Ue non solo per rilanciare la sua economia ma anche per dar vita a un nuovo mercato di titoli di stato in concorrenza con quello americano. Sebbene anche mettendo insieme i debiti di tutti i 27 paesi non si arriverebbe alle dimensioni del mercato dei Treasury, rappresenterebbe un’alternativa per gli investitori internazionali sempre più spaventati dalle intemperanze trumpiane.
Questo è ciò che sognano i più audaci sostenitori degli eurobond. E forse è proprio la possibilità di un uso geopolitico di questo strumento a pesare sulla riflessione in atto nel Consiglio europeo, dove si stanno confrontando posizioni diverse su come gli eurobond possano essere realizzati. Ossia, se farli diventare l’anticamera di una vera Unione fiscale – la versione più invisa alla Germania – oppure essere utilizzati “on demand”, vale a dire su singole necessità com’è avvenuto con Next Generation Eu e il sostegno militare all’Ucraina (da notarsi, anche qui, il salto di scopo da economico a politico). Si deve dire che i progressi fatti su questo tema si devono soprattutto ai banchieri centrali europei, a partire dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che non ha mai parlato di mettere in comune debito già esistente. La soluzione suggerita da Panetta per gli eurobond sarebbe quella di “istituzionalizzare” il Next GenEu che era stato accettato pur con qualche mal di pancia dalla Germania. L’idea di fondo è che conoscendo i tedeschi e gli equilibri che occorre smuovere, occorra pensare a una soluzione concreta che non punti a trasferire la sovranità fiscale, ma a costruire uno strumento finanziario per affrontare investimenti che nessun paese può sostenere da solo. Così, la condivisione dei costi attraverso debito comune sarebbe vantaggiosa anche per i paesi più “virtuosi”.
Inoltre, uno strumento che parte emettendo debito nuovo consente ai cittadini europei di “guadagnarsi” fiducia a poco a poco, e magari vedendo che funziona convincerà i leader politici ad aumentare un po’ alla volta le emissioni. Non è un caso che questa posizione abbia smosso le acque in Europa ed oggi eurobond ed euro digitale siano diventati una priorità per la Bce guidata da Christine Lagarde, che può contare sul sostegno anche dei banchieri tedeschi più riluttanti. A favore, infatti, si è dichiarata prima il “falco” Isabel Schnabel e, adesso, la Bundesbank di Joachim Nagel. C’è chi fa osservare che Nagel e la connazionale Schnabel ambiscono entrambi a succedere a Lagarde e, dunque, ci tengono a presentarsi come chi è pronto a tenere conto delle esigenze di tutti i paesi e non solo della “frugale” Germania, che, comunque, sta superando il rigore fiscale per mettere mano a un ampio programma di spesa pubblica. Comunque sia, soprattutto l’apertura della Bundesbank è un punto di svolta in una fase in cui il cancelliere Friedrich Merz continua a mostrarsi prudente sugli eurobond. E questa è la ragione per cui il nuovo asse politico che la presidente del consiglio Giorgia Meloni sta costruendo con lui, piuttosto che con il presidente francese Emmanuel Macron (da sempre favorevole), è oggetto di forti critiche delle opposizioni. L’Italia, infatti, avrebbe da guadagnarci dall’emissione di debito comune e un asse con un leader che si oppone, questo il ragionamento, è contrario agli interessi del paese. E’, però, possibile che la prudenza della premier sia giustificata dalla necessità di non mettere Merz in difficoltà nell’alleanza appena nata e utile su altri piani. Il punto centrale per la popolazione tedesca – e di conseguenza per la classe politica – è la mutualizzazione del rischio sovrano. Con gli eurobond il debito non sarebbe più esclusivamente nazionale ma garantito congiuntamente dagli stati dell’area euro (secondo i tedeschi sarebbe garantito dalla sola Germania a spese del Sud “spendaccione”). In questo modo, si ridurrebbe anche la pressione dei mercati a mantenere i conti in ordine. Insomma, la classica obiezione del “moral hazard” a cui si aggiunge il timore che con un rating medio dell’area euro il costo del debito tedesco salirebbe mentre scenderebbe per i paesi ad alto spread. Vecchie obiezioni in un mondo cambiato profondamente e che restano difficili da scardinare anche ora che l’Italia ha lo spread sovrano al minimo storico di 60 punti base.
L'editoriale del direttore