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Cercasi “disaccoppiamento”

Così il governo trova tre miliardi per il decreto energia. Anticipazioni

Carlo Stagnaro

Sostegni alle famiglie in difficoltà e alle imprese. Sburocratizzazioni in campo e trivellazioni agevolate nell’Adriatico. Punti forti e punti deboli 

Dopo mesi di tiramolla, finalmente il decreto energia sembra prendere forma. Secondo indiscrezioni raccolte ieri dal Foglio, il decreto, che non sarà oggi in consiglio dei ministri ma ci sarò la prossima settimana, dovrebbe abbassare le bollette dell’energia elettrica e del gas per circa 2,5-3 miliardi di euro, in parte a favore dell’intera platea dei consumatori, in parte a vantaggio di Pmi e famiglie a basso reddito.  Le misure più controverse, come lo “spalma incentivi” e la cartolarizzazione degli oneri generali di sistema, sono state abbandonate perché avrebbero comportato un aumento del debito pubblico. Il perno del provvedimento è invece la riduzione del costo del gas utilizzato per la generazione di energia elettrica, in modo tale da abbattere il prezzo di quest’ultima più che proporzionalmente facendo leva sul vituperato sistema del prezzo marginale. In particolare, ci sarebbero in ballo due interventi. Il primo riguarda la sterilizzazione del differenziale tra il Ttf (l’indice di riferimento per il gas scambiato a livello europeo) e il Psv (il prezzo sulla borsa italiana). Tale delta, che in teoria dovrebbe riflettere i costi di trasporto dall’hub di Amsterdam al nostro paese, si aggira normalmente attorno ai 3 euro/MWh, ma ha avuto nelle scorse settimane picchi superiori ai 5-6 euro: tra il 10 e il 20 per cento delle attuali quotazioni del gas. Oltre a questo, si starebbe ragionando sullo spostamento sulla bolletta elettrica di alcuni oneri gravanti sul gas acquistato dai produttori termoelettrici. Tali misure richiedono un modesto finanziamento a pié di lista, che il governo sembrerebbe voler coprire con una parte del gettito della vendita di circa due miliardi di metri cubi di gas attualmente nelle disponibilità di Snam e Gse (la parte restante andrebbe a favore delle Pmi) e, forse, alcune risorse derivanti dalle quote di CO2. L’operazione è ingegnosa ma non priva di rischi. Da un lato, non è scontata la compatibilità con le regole europee: al momento non ci sono notizie sulle eventuali interlocuzioni con Bruxelles. Dall’altro, potrebbero ridurre l’incentivo a importare gas nelle fasi di tensione sui mercati. Sotto questo profilo, viene in soccorso un altro articolo del decreto, che dovrebbe rafforzare la “gas release”. Tale meccanismo prevede il rilascio di permessi per lo sfruttamento delle riserve nazionali (prevalentemente nell’Adriatico) purché i volumi aggiuntivi siano ceduti, a prezzi calmierati, alle imprese energivore. Fonti di governo accreditano questa misura di un potenziale fino a 600 milioni di metri cubi annui

Il governo punta poi a una misura pomposamente definita “disaccoppiamento”, che in realtà sembrerebbe un’estensione dell’attuale bacheca per i Ppa (contratti di lungo termine a prezzo predefinito) tra produttori rinnovabili e Pmi, con una garanzia pubblica per favorire l’incontro tra domanda e offerta. Queste politiche, in un contesto di proliferazione delle rinnovabili soprattutto nel Mezzogiorno, potrebbero garantire benefici per chi vi prende parte, ma non necessariamente per il sistema nel suo complesso. Infine, sono previsti – come noto già da tempo – un potenziamento del Bonus per le famiglie a basso reddito e un intervento tecnico sulla cosiddetta saturazione virtuale della rete, per consentire a Terna di smaltire in modo più efficiente le centinaia di migliaia di richieste di connessione di nuovi impianti rinnovabili. 

Nel complesso, il decreto è lontano dalle roboanti promesse che lo accompagnano da mesi, ma appare come l’unico possibile punto di caduta pragmatico. Restano alcuni dubbi: perché il governo insiste a rafforzare il Bonus, senza svolgere alcuna analisi sulla sua efficacia? Alcuni studi dell’Osservatorio italiano sulla povertà energetica sembrano indicare che esso vada a chi non ne ha bisogno, senza necessariamente raggiungere chi ce l’avrebbe. Perché non si prende di petto il grande tema degli oneri, ragionando su un trasferimento progressivo e strutturale sulla fiscalità generale? La scelta più sensata sarebbe destinare a tale fine l’intero gettito delle aste per la CO2, oggi impiegato per la riduzione del debito pubblico e per un rivolo opaco di spese teoricamente finalizzate all’ambiente. 

Inoltre, il governo pare continuare a disinteressarsi sulle rendite dei gestori delle reti e dei produttori di energia. Come ha sottolineato ieri Gionata Picchio sulla Staffetta Quotidiana, da almeno un trimestre i margini degli operatori hanno raggiunto “livelli medi che non si vedevano da settembre 2022, ovvero dal periodo della crisi energetica, con valori doppi rispetto a un anno fa” e apparentemente non giustificati dai costi sottostanti (gas e CO2). Sarebbe meglio limare le rendite: politicamente più complesso, ma tecnicamente più logico ed economicamente più rilevante. Il decreto andrà ora al capo dello stato. La direzione nuova forse c’è. Per i risultati si vedrà.

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