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Patto Milei-Trump

L'accordo tra Argentina e Stati Uniti riduce i dazi e apre i mercati, per contenere la Cina

Paolo Rizzo

L’intesa bilaterale (in chiave anticinese) con gli Stati Uniti scavalca l'accordo di libero scambio appena firmato tra Ue e Mercosur. Per Buenos Aires è una rottura netta con decenni di protezionismo e limiti autoimposti alle esportazioni, incluse tasse nazionali sull’export

Argentina e Stati Uniti hanno firmato un accordo commerciale che elimina i dazi americani su 1.675 prodotti argentini. La firma è arrivata giovedì, ma l’intesa era nell’aria da mesi. A ottobre, gli Stati Uniti avevano annunciato l’intenzione di aumentare l’importazione di carne bovina argentina. A novembre, dopo la sorprendente vittoria elettorale di Javier Milei alle elezioni di mid term i due governi avevano annunciato un’intesa commerciale più ampia.

Per l’Argentina è una notizia di portata storica. In pochi mesi Buenos Aires ha prima firmato, insieme al Mercosur, l’accordo di libero scambio con l’Unione europea, frutto di venticinque anni di trattative. Poi, anche grazie al rapporto personale tra Milei e Trump, ha concluso un’intesa bilaterale con gli Stati Uniti, di fatto scavalcando il Mercosur. I due accordi segnano per Buenos Aires una rottura netta con decenni di protezionismo e limiti autoimposti alle esportazioni, incluse tasse nazionali sull’export. Ma è il contesto globale a rendere l’accordo ancora più rilevante.

Da aprile i principali soci commerciali degli Stati Uniti hanno subito, e poi accettato, aumenti unilaterali dei dazi. L’Argentina ottiene l’opposto: accesso preferenziale e dazi ridotti. E’ una vittoria politica per Milei ed economica per il paese. Colpisce anche la rapidità con cui si è arrivati alla firma. Sono bastati tre mesi di negoziato. Impossibile non fare il confronti con i 25 anni per l’accordo tra Ue e Mercosur. Così l’intesa lampo diventa anche un segnale per Bruxelles e la sua lenta burocrazia. Ma è un segnale anche per i soci del Mercosur. L’Argentina, e da tempo l’Uruguay, mostrano malessere verso la lentezza dell’unione doganale e cercano accordi bilaterali.

L’intesa non è però un regalo di Washington a Milei. Accanto all’apertura del mercato statunitense, Buenos Aires concede agli Usa un accesso preferenziale per una serie di beni industriali e agricoli: tecnologie, macchinari, farmaci e prodotti chimici. L’accordo beneficia tanto l’Argentina quanto gli Usa e apre enormi possibilità. Basti pensare che, a oggi, l’Argentina esporta negli Stati Uniti meno della Repubblica dominicana, meno della metà del Cile e circa un sesto del Brasile. Numeri che raccontano meglio di qualsiasi discorso quanto il paese si sia nel tempo escluso dal commercio globale. Per l’Argentina l’export rappresenta appena il 15 per cento del pil, in Cile è il 33 per cento, in Uruguay il 29 per cento. L’accordo serve all’Argentina per colmare questo divario.

Per gli Washington i vantaggi sono sia economici che geopolitici, soprattutto per l’accesso ai minerali critici. L’Argentina possiede le maggiori risorse mondiali di litio e la produzione nel solo 2025 è aumentata del 75 per cento. Buenos Aires è destinata a diventare un attore centrale anche nel rame. Garantirsi forniture affidabili è una priorità strategica per gli Usa. Non a caso la firma dell’intesa è stata preceduta da un accordo specifico sui minerali critici, che prevede investimenti statunitensi in Argentina, soprattutto nell’estrazione dei minerali.

L’accordo va letto anche in chiave anticinese. Gli Usa offrono all’Argentina un’alternativa credibile alla dipendenza commerciale da Pechino. A oggi, la maggior parte dei minerali critici argentini viene comprata e processata in Cina. Inoltre, circa il 70 per cento delle esportazioni di carne bovina argentina è diretto a Pechino, contro appena il 7 per cento verso gli Stati Uniti. L’accordo riduce cosi l’influenza cinese in Sudamerica.

Ma gli Stati Uniti ottengono anche vantaggi economici. In primis, l’accesso alla carne bovina. Vero che gli allevatori americani, tradizionalmente vicini a Trump, vedono toccati i propri interessi. Ma oggi l’Amministrazione guarda ai consumatori e al costo della vita. Negli ultimi tre anni la produzione statunitense di carne bovina è diminuita del 7,3 per cento, mentre i consumi sono aumentati del 2,5 per cento. I prezzi sono saliti di circa il 25 per cento e gli Stati Uniti sono diventati importatori netti di carne. L’accesso alla carne argentina serve per aumentare l’offerta e ridurre la pressione sui prezzi. Con la nuova intesa la quota argentina di carne bovina esente da dazi passa da 20 mila a 100 mila tonnellate annue: un salto che colloca Buenos Aires al terzo posto per quota, dopo Australia e Nuova Zelanda.

Più che di un accordo trumpiano fondato su barriere, ritorsioni e minacce, si tratta quindi di un accordo marcatamente mileniano, costruito sulla riduzione dei dazi e sull’apertura dei mercati. Un accordo il cui obiettivo è aumentare l’interscambio tra i due paesi. Infine, l’accordo raggiunto in tempi rapidi certifica anche l’impazienza argentina di tornare ad aprirsi al mondo. Non è un caso che il governo di Milei abbia già mandato il testo dell’accordo con l’Ue al Parlamento: punta a essere il primo paese del Mercosur a ratificare l’intesa.