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Sprofondo russo

Calo dei prezzi, sanzioni e l'India che si sfila. A Mosca crollano le entrate da oil & gas e sale il deficit

Luciano Capone

La Russia ha sostituito il mercato europeo vendendo a sconto a due potenze asiatiche, assetate di energia a basso costo: India e Cina. Ma ora anche il paese di Modi sta venendo meno: Trump ha annunciato un nuovo accordo commerciale con Nuova Delhi che riduce i dazi

Aumenta la pressione su Vladimir Putin, più economica che militare. “La Russia si siederà al tavolo delle trattative con intenzioni sincere solo se costretta a farlo. Questo è l’unico linguaggio che capisce”, ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen presentando il ventesimo pacchetto di sanzioni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Dentro ci sono misure che riguardano i servizi finanziari, il commercio e l’energia che puntano a colpire l’esportazione di idrocarburi. Non si tratta di misure particolarmente dirompenti, ma arrivano in un contesto finanziario particolarmente critico per il Cremlino. I prezzi di petrolio e gas scendono, le sanzioni mordono e le entrate fiscali crollano.

 

Secondo gli ultimi dati pubblicati dal ministero delle Finanze russo, a gennaio le entrate fiscali derivanti dalla produzione e dalla vendita di petrolio e gas sono scese al livello più basso da metà 2020 (quando c’era la pandemia Covid), attestandosi ad appena 393 miliardi di rubli: un crollo della metà delle entrate rispetto all’anno scorso (789 miliardi di rubli a gennaio 2025) e inferiore del 12 per cento rispetto a quelle di un mese fa (448 miliardi di rubli a dicembre 2025). Si tratta, come fa notare il quotidiano economico russo Kommersant, di un valore nettamente inferiore ai 576 miliardi di rubli indicato come valore minimo di riferimento delle entrate da oil & gas per rispettare gli obiettivi di bilancio. Complessivamente, il disavanzo fiscale nel solo mese di gennaio ha raggiunto 1,7 miliardi di rubli, pari a circa la metà dell’obiettivo annuale di deficit (3,8 miliardi). Generalmente il deficit nel primo mese è alto per l’anticipo di spese annuali, ma in questo caso c’è anche da considerare un incremento delle entrate Iva (+18,5 per cento) dovuto all’aumento dell’aliquota dal 20 al 22 per cento. Secondo stime di un think tank governativo russo citate da Reuters, il crollo delle entrate energetiche rispetto al piano di bilancio del Cremlino, potrebbe spingere il deficit nel 2026 tra il 3,5 e il 4,4 per cento, ovvero tra il doppio e il triplo rispetto all’1,6 per cento previsto.

 

Le ragioni, oltre all’aumento della spesa e al costo di mantenere in piedi l’apparato militare per la guerra in Ucraina, stanno principalmente nel crollo delle entrate energetiche. Una causa è sicuramente il calo dei prezzi globali del petrolio, ma a questa se ne aggiungono altre specifiche russe: le sanzioni internazionali spingono ulteriormente al ribasso il prezzo dell’Ural, il petrolio russo, che viene venduto a sconto perché il suo mercato è sempre più ridotto. Dall'inizio della guerra in Ucraina, la dipendenza dell’Unione europea dal gas russo è scesa dal 45 per cento delle importazioni totali al 12 per cento nel 2025. A differenza del Gnl, il gas che veniva trasportato via tubo non può essere venduto ad altri. Restano 35 miliardi di metri cubi di gas russo che l’Unione europea smetterà di importare entro i prossimi due anni, con il divieto per i contratti di breve termine a partire da aprile per chiudere il 30 settembre con quelli a lungo termine. Per quanto riguarda invece il petrolio, le importazioni dalla Russia si sono ridotte dal 27 per cento del totale del 2022 al 2 per cento di adesso (solo Ungheria e Slovacchia per questioni infrastrutturali e soprattutto di vicinanza politica continuano a comprare greggio russo).

 

In questi anni, la Russia ha sostituito il mercato europeo vendendo a sconto a due potenze asiatiche, assetate di energia a basso costo: India e Cina. Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’India importava dalla Russia solo il 2 per cento di petrolio, dopo è arrivata al 30–40 per cento. Il problema di Putin è che ora anche questo sbocco sta venendo meno. Lunedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un nuovo accordo commerciale con l’India che riduce i dazi dal 50 al 18 per cento perché, secondo quanto detto da Trump, il primo ministro Narendra Modi “ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di comprare molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela. Ciò contribuirà a fermare la guerra in Ucraina”. Gli Usa avevano imposto su New Delhi un dazio aggiuntivo del 25 per cento a causa dell’import di greggio russo.

 

Anche se le raffinerie indiane non hanno ricevuto indicazioni specifiche e il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov dice di non aver ricevuto comunicazioni da New Delhi, i dati sono eloquenti. Già da prima dell’accordo con gli Stati Uniti, l’India aveva iniziato la sua “diversificazione” di fornitori. A dicembre l’import di petrolio dalla Russia è sceso ai minimi da tre anni (–34 per cento rispetto al mese precedente), mentre è aumentato notevolmente quello dagli Stati Uniti. Sarà difficile per New Delhi azzerare l’import di petrolio russo, anche perché è difficilmente sostituibile con quello venezuelano, ma il trend è chiaro. Tanto che, dopo l’accordo Trump–Modi, Putin ha avuto un colloquio con Xi Jinping per ribadire la partnership “strategica” tra i due paesi. A gennaio, mentre la domanda indiana crollava, la Cina ha aumentato notevolmente l’import di petrolio russo. Ma Mosca ha dovuto aumentare lo sconto. Anche per questo le entrate diminuiscono e il deficit si allarga.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali