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Agenda Castagna

Un anno dopo l'assedio, dove va Bpm? Le mosse dei francesi e l'altro lato del risiko

Mariarosaria Marchesano

Nel grande risiko bancario, Giuseppe Castagna emerge come uno dei vincitori: ha difeso Banco Bpm dalle scalate, tessuto relazioni con governo e sistema e accompagnato l’ascesa di Crédit Agricole. Ora però l’equilibrio si fa più delicato, con i francesi pronti a pesare davvero nella governance

L’anno scorso di questi tempi c’erano a Milano due banchieri sotto assedio: Alberto Nagel e Giuseppe Castagna. Il primo ha perso la “sua” Mediobanca che è stata scalata da Mps contro ogni pronostico. Il secondo sta per essere confermato amministratore delegato di Banco Bpm, in tandem con il presidente Massimo Tononi, nel prossimo rinnovo delle cariche previsto per la primavera. Castagna è di fatto uno dei vincitori del risiko bancario stagione 2025, saga senza precedenti in Italia e in Europa. Ha sottratto la banca milanese dalla presa di Unicredit, giocato di sponda con il Mef e con Mps dichiarandosi sempre disponibile a far parte del cosiddetto “terzo polo” e allo stesso tempo non ha mai nascosto la soddisfazione per la crescita di Crédit Agricole, diventata in breve il primo azionista. Ma adesso che l’ad, Olivier Gavalda, ha chiesto una posizione nel board che rifletta la quota del 20 per cento accumulata finora (ed è stata già autorizzata dalla Bce a salire al 29 per cento), Castagna sembra legittimamente di studiare un equilibrio, forse un argine. Il banchiere sa bene che l’arrivo dei francesi nella stanza dei bottoni può toccare nervi scoperti anche a livello di sistema. “Anche con un azionista importante restiamo indipendenti e Bpm è una public company”, ha detto giovedì in occasione della presentazione dei risultati 2025 (oltre due miliardi di utili). Quasi a dire al Crédit: crescita sì, ma con giudizio.

   

Giuseppe Castagna (foto Ansa)
    

La Banque Verte, ha fatto notare, si configura come una concorrente di Banco Bpm in Italia e, dunque, deve essere autorizzata dalla vigilanza europea. Molto dipende da quanti posti nel cda l’Agricole potrà ottenere in base al gioco delle liste, ma l’obiettivo sarebbe sei su 15, per incidere sulle decisioni strategiche di una delle banche più radicate nel nord Italia. Castagna, nel risiko, ha sempre tenuto due porte aperte, una con vista sulla Senna e l’altra sul Colosseo. Su questo tavolo ha dimostrato doti di pattinatore olimpionico, all’inizio solcando il ghiaccio scivolosissimo di un disegno governativo di aggregazione con Mps che lo vedeva coinvolto e che, invece, ha finito per mettere nel mirino Piazzetta Cuccia, e dopo ribellandosi all’offerta pubblica di scambio lanciata dall’intraprendente Andrea Orcel, ad di Unicredit.

Secondo alcuni, le sue relazioni con Palazzo Chigi, e in particolare con la Lega, hanno fatto la differenza. E, però, anche come si è mosso sul campo, schivando praticamente tutti i colpi e assestandone alcuni, ha avuto un peso. Mentre infuriava la battaglia su Mediobanca, Crédit Agricole continuava a comprare azioni di Bpm e i suoi uomini si facevano notare dal capo di Gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, per un certo ossequio verso le istituzioni. Si racconta che più di una volta nelle stanze della presidenza del consiglio e del Mef siano stati fatti paragoni tra il savoir faire di Giampiero Maioli, all’epoca ad di Credit Agricole Italia, e una certa ruvidezza di Orcel, che dei palazzi della politica romana non è mai stato un grande frequentatore e quando lo ha fatto è stato per dire no a proposte di acquisto di Mps. Certe cose lasciano il segno nei burocrati. Ma tornando a Castagna, mentre per impedire la scalata di Unicredit a Bpm il governo Meloni azzardava un discutibile golden power, suscitando la reazione dell’Europa, lui cosa faceva? Si teneva a debita distanza dal tema spinoso e attaccava pubblicamente l’offerta di Unicredit per la scarsa appetibilità per gli investitori (vale a dire per il prezzo) oltre che rivendicare come un mantra la vicinanza al territorio e alle imprese sapendo di fare presa soprattutto nel profondo nord, dove l’istituto milanese è radicato. Praticamente è riuscito a mettere in secondo piano argomenti come il fatto che se solo a Unicredit fosse stato consentito di andare avanti avrebbe probabilmente rilanciato sul prezzo offerto e accontentato gli azionisti di Bpm. Ma il capolavoro è stato mostrarsi sempre distaccato dall’agguerrita conquista di Mediobanca da parte di Mps, nonostante vi abbia partecipato diventando azionista di Siena e appoggiando le decisioni finalizzate a questo scopo. Bpm è entrata in Mps insieme con Caltagirone, Milleri e Anima, nell’ambito del collocamento delle azioni del Mef avvenuto a fine 2024 nella famigerata operazione di accelerated book building, oggetto di indagine da parte della Procura milanese, di cui Banca Akros, l’investment bank controllata al 100 per cento da Bpm, è stata advisor. Altro capitolo insidioso del grande risiko sul quale, a un certo punto, si è concentrata l’attenzione del Parlamento. Ma, sentito dalla Commissione banche, l’11 dicembre, l’ad di Bpm non solo ha difeso Akros, sottolineando che è tutt’altro che “una piccola banca”, com’era stato detto per metterne in discussione l’adeguatezza, ma ha criticato la “passione per le banche estere” quando si tratta di mettere in piedi grandi operazioni finanziarie (“Il paese sottovaluta spesso le proprie strutture”). Eppure, in futuro sarà proprio una banca estera a contare di più in Bpm. Ma non è la pena contrappasso, è l’epilogo di un lucido disegno. A Piazza Meda hanno sempre pensato che la Banque Verte, con origine cooperativa, abbia un dna affine a quello della banca milanese e che rappresenti, dunque, l’azionista ideale con cui un management possa confrontarsi. Solo che i nodi stanno venendo al pettine. Il Crédit scalpita per fare la sua parte, ma l’argine Castagna c’è ed è destinato a durare.

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