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L'analisi
L'Argentina e l'eterno ritorno dei problemi con le statistiche
Le dimissioni del direttore dell'Indec e il rinvio dell'introduzione della nuova metodologia per calcolare l'inflazione riaccendono i fantasmi dell’era Kirchner e della manipolazione dei dati. Per fortuna, nel caso del governo Milei non avviene nulla di ciò
Non si tratta della manipolazione dei dati statistici degli anni passati, ma non è un bel segnale per l’Argentina. Le dimissioni di Marco Lavagna da direttore dell’Indec (l’istituto statistico argentino) sono arrivate come un fulmine a ciel sereno, dopo un’intervista radiofonica del ministro dell’Economia Luis Caputo. Quando Caputo ha fatto delle previsioni sul prossimo dato mensile di inflazione (riferito a gennaio), l’indicatore più importante per la politica e l’economia argentina, indicando un 2,5 per cento mensile, Lavagna ha capito che era il momento di lasciare. Il dissenso non riguarda l’autenticità dei numeri, ma l’autonomia dell’istituto su una scelta metodologica preparata da molto tempo e a lungo rinviata.
L’inflazione in Argentina viene rilevata attraverso un paniere di beni e servizi del 2004/05, che non riflette più adeguatamente le abitudini di consumo della popolazione. Dopo la devastazione dell’Indec, costretto per anni a pubblicare dati falsi dal governo peronista di Cristina Kirchner, il governo liberale di Mauricio Macri decise di ricostruire la credibilità dell’istituto e nel 2017/18 venne aggiornato il paniere di consumi in modo che riflettesse meglio i consumi reali della popolazione, dando a maggiore peso ai servizi (dal 33,9 al 44,8 per cento) rispetto ai beni (dal 66,1 al 55,2 per cento).
Con il ritorno al governo nel 2019 dei peronisti, che nominarono al vertice dell’Indec Lavagna (politicamente legato al ministro dell’Economia Sergio Massa), la metodologia non venne mai introdotta. Dopo aver vinto le elezioni contro Massa, Milei decise di confermare all’Indec Lavagna un economista con una buona reputazione, ma di non introdurre immediatamente la nuova metodologia durante il difficile processo di disinflazione che il suo governo doveva affrontare. La scelta aveva ragioni tecniche, ma anche di convenienza dato che il nuovo indice, in cui pesano maggiormente le tariffe energetiche a lungo sussidiate e controllate dal precedente governo, avrebbe mostrato un’inflazione superiore a quella misurata con il vecchio indice per via della liberalizzazione e ricomposizione dei prezzi relativi avviata dal governo Milei.
La differenza, in realtà, non era molta. Secondo le stime di vari economisti, con la nuova metodologia l’inflazione sarebbe stata più alta nel 2024 (+17 punti: 134,8 anziché 117,8 per cento) e simile nel 2025 (+1 punto: 32,6 anziché 31,5 per cento). Niente a che vedere con l’inflazione dal 211 per cento ereditata. Attualmente la differenza sarebbe di qualche decimale.
Ma a un certo punto la nuova metodologia sarebbe dovuta entrare in funzione: all’inizio del 2026, come aveva annunciato l’Indec e come era riportato nel bollettino della Banca centrale argentina pubblicato pochi giorni fa. Magari sarebbe bastato pubblicare per qualche mese entrambi gli indici, quello nuovo e quello vecchio. E invece no. Il ministro Caputo intende aspettare che “il processo di disinflazione sia consolidato” altrimenti il governo – ha detto – sarebbe accusato di manipolare i dati qualora il nuovo indice mostrasse un dato più basso.
Si tratta, ovviamente, di una giustificazione pretestuosa, che ribalta l’intenzione e anche le conseguenze. Tutti, al contrario, percepiscono che il governo vuole rinviare la decisione perché l’indice aggiornato dà un’inflazione più alta. E non potrebbe essere altrimenti vista la storia dell’Argentina, che vanta un ex ministro del commercio, Guillermo Moreno, condannato per la manipolazione delle statistiche. Durante i governi Kirchner, infatti, la falsificazione dei numeri era il metodo statistico adottato dall’Indec. Il governo arrivò a proibire alle società privare di pubblicavare stime vere dell’inflazione che contraddicevano quelle false dell’Indec: il governo arrivò a imporre il prezzo dei panini del McDonald’s che l’Economist usava per il Big Mac Index, usato per confrontare i prezzi nei vari paesi. Dal 2007 al 2015, i governi Kirchner hanno sottostimato l’inflazione cumulata di 330 punti: la più grande e prolungata manipolazione delle statistiche in una democrazia.
Nel caso del governo Milei non avviene nulla di ciò: tutti conoscono le due metodologie, possono confrontarle e le società private pubblicano stime dell’inflazione analoghe a quelle dell’Indec. A maggior ragione è incomprensibile una scelta che mina l’autonomia e l’affidabilità che a fatica l’Indec ha cercato di ricostruire. Il vantaggio per Milei sul dato ufficiale dell’inflazione è davvero molto piccolo, soprattutto se confrontato con il danno per la credibilità dell’Argentina.