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L'analisi
Caracas, un mese dopo la cattura di Maduro
Il chavismo demolisce se stesso con l'amnistia per i prigionieri politici e la nuova legge petrolifera che abolisce il monopolio pubblico. Trump ordina, Delcy esegue
E’ passato solo un mese da quando, il 3 gennaio, Donald Trump diede il via libera al blitz militare su Caracas con cui è stato catturato il dittatore Nicolás Maduro. Ma è cambiato quasi tutto. L’attacco militare chirurgico, che ha ucciso un’ottantina di militari che provvedevano alla sicurezza del dittatore (tra cui una trentina di agenti cubani, che secondo il regime non erano mai stati lì), ha portato non solo a un cambio di leadership al vertice del chavismo, ma a piano accelerato di riforme inimmaginabili prima. Le più rilevanti, anche sul piano simbolico, sono la liberazione dei prigionieri politici (che secondo il regime non esistevano) e la riapertura ai privati del settore petrolifero (che secondo il regime dovrebbe essere impossibile perché vìola la Costituzione chavista). Il bombardamento e la cattura di Maduro hanno avviato una nuova fase di “cooperazione” e riaperto le relazioni diplomatiche, interrotte sette anni fa.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez, nonostante lanci proclami rivoluzionari, esegue alla lettera gli ordini di Washington. Dopo la stretta di mano al palazzo presidenziale di Miraflores con il direttore della Cia John Ratcliffe, ha fatto riaprire l’ambasciata americana a Caracas, dove è atterrata la nuova incaricata d’affari Laura Dogu, con il compito di seguire i progressi della road map.
In trenta giorni di presidenza di Delcy Rodríguez sono successe cose che erano inimmaginabili. Molti, ironicamente, l’hanno ribattezzata Delxiaoping rievocando il processo di riforme economiche pro mercato avviato in Cina da Deng Xiaoping. La differenza, in questo caso, è che il cambiamento è il frutto dell’imposizione esterna degli Stati Uniti e non di un’elaborazione interna al regime. La strategia di Delcy Rodríguez, accompagnata da suo fratello Jorge che presiede l’Assemblea nazionale, è quella di salvare il sistema di potere chavista, anche a costo di smontare il sistema economico socialista, l’apparato repressivo e la rete di alleanze internazionali costruiti in oltre un quarto di secolo. Nella speranza che Trump si accontenti del petrolio e che, passata questa fase, il regime possa consolidarsi su un nuovo rapporto su subordinazione con Washington.
Le due riforme più rilevanti sono l’amnistia, appena annunciata, e la nuova legge petrolifera. L’amnistia è stata a lungo evocata negli anni in varie trattative e negoziati, anche internazionali, per trovare una riconciliazione con l’opposizione. Ma il regime non ha mai ceduto, soprattutto l’ala dura guidata da Diosdado Cabello che guida le forze di sicurezza. Dopo molte pressioni internazionali e tentativi di accordi, il chavismo non ha fatto altro che aumentare la criminalizzazione del dissenso e rafforzare l’apparato repressivo man mano che i consensi diminuivano. D’altronde, incriminare gli oppositori, inabilitarli alla competizione elettorale o arrestarli era il metodo più efficace per restare al potere, soprattutto dopo il crollo della legittimità politica a causa dei brogli nelle ultime elezioni presidenziali del 2024. C’era nel chavismo, probabilmente, anche memoria storica. Hugo Chávez fu l’autore di un colpo di stato nel 1992 e uscì di carcere dopo un paio d’anni solo grazie a un’amnistia del presidente Rafael Caldera, che gli consentì negli anni successivi di partecipare al gioco democratico e vincere le elezioni nel 1999. Il regime da lui fondato non ha mai pensato di commettere lo stesso errore fatto negli anni ‘90 dal regime liberaldemocratico: per gli oppositori, quando diventano una minaccia reale, ci sono o il carcere o l’esilio. La liberazione dei prigionieri politici, circa un migliaio, segna quindi una svolta epocale.
L’altra riguarda le riforme economiche e, in particolar modo, del settore oil & gas. Gli Stati Uniti hanno un controllo ferreo sul petrolio e gestiscono i soldi: il regime venezuelano manda ogni mese un bilancio, una lista della spesa, e Washington decide se liberare i fondi. In sostanza, il governo a Caracas non ha neppure autonomia finanziaria. L’altra grande svolta è la nuova legge sugli idrocarburi, approvata in pochi giorni, che di fatto smantella il sistema messo in piedi dalla “rivoluzione bolivariana”. La riforma archivia l’impianto della Ley Orgánica de Hidrocarburos introdotta Chávez, che dopo il 2006 portò all’esproprio di diverse multinazionali e al declino del settore che è passato da una produzione di 3,5 milioni di barili al giorno a meno di un milione ora. Il nuovo testo di fatto abolisce il monopolio pubblico attraverso la compagnia statale Pdvsa, che per legge doveva detenere una quota di maggioranza in ogni joint-venture, e apre ai privati stranieri per l’esplorazione e l’estrazione di greggio. Inoltre, per attrarre gli investitori esteri la riforma riduce notevolmente le tasse e le royalty (attualmente le più alte in Sud America) e prevede il ricorso all’arbitrato internazionale per la risoluzione delle controversie. “Si tratta dello sradicamento della politica petrolifera di Chávez” ha commentato Rafael Ramírez, ex ministro e presidente di Pdvsa ai tempi del comandante. La riforma petrolifera di Delcy era sicuramente obbligata, perché chiesta da Trump e dalle multinazionali americane prima di pensare di investire, ma anche necessaria per riattivare un settore ormai al collasso. In questo modo il regime può recuperare un po’ di tempo e di risorse finanziarie, l’unico modo per superare questa fase di pressione esterna senza crollare.
Il piano degli Stati Uniti, almeno stando a come lo ha descritto il segretario di Stato Marco Rubio, è diverso. Si sviluppa in tre fasi: stabilizzazione politica, ripresa economica, transizione democratica. Delxiapoing, con le sue riforme, spera di convincere l’Amministrazione Trump e gli Stati Uniti che l’ultima fase non è necessaria: non c’è bisogno di elezioni democratiche né del ritorno a Caracas di María Corina Machado.
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