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Analisi

“Remigrazione” significa taglio delle pensioni. Appunti per la Lega

Davide Mattone

Vannacci difende l'iniziativa sulla "remigrazione". Se l'estrema destra e la Lega facessero sul serio altro che “cancellare la Fornero”, come predica Salvini da tre lustri, il governo sarebbe costretto a farne una più drastica

Fino a ora la parola “remigrazione”, teorizzata dal suprematista austriaco Martin Sellner e ripresa dalla presidente di Afd Alice Weidel, era sì emersa nel dibattito politico italiano, ma era sempre rimasta nel perimetro della propaganda di estrema destra, senza mai entrare nelle aule di Camera o Senato. Ciò è cambiato venerdì scorso, quando la proposta di legge “Remigrazione e riconquista”, promossa da Casapound, è entrata nella sala stampa della Camera grazie all’aiuto di Domenico Furgiuele, uno dei vannacciani della Lega. Lorenzo Fontana, presidente della Camera e anch’egli della Lega, non ha esitato a bollare l’idea della conferenza come “inopportuna”, soprattutto per la presenza di figure xenofobe ed estremiste. Il discorso poteva chiudersi lì, se non fosse che il vicesegretario federale del Carroccio, Roberto Vannacci, ha difeso l’iniziativa (che non riguarda solo gli irregolari ma include anche gli immigrati regolari, su base volontaria e con incentivi economici) definendola “degna di plauso” e ha rilanciato la remigrazione come “necessità”.

Il problema del dibattito sulla “remigrazione” è che cavalca le paure identitarie trascurando allo stesso tempo i fondamentali economici del paese e la coerenza con le altre proposte politiche. Insomma, se l’estrema destra facesse sul serio, dovrebbe rivedere tutte le sue proposte sulla riduzione dell’età pensionabile.

Partiamo da un dato: l’economia italiana oggi regge anche grazie sull’apporto del lavoro immigrato. Secondo il XV Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia” del ministero del Lavoro, gli stranieri rappresentavano circa il 10,5 per cento degli occupati totali nel 2024. Negli archivi Inps gli stranieri sono 4.611.267, mentre i “lavoratori attivi” – che versano contributi o risultano nel perimetro assicurativo – sono 3.980.609. Inoltre, gli immigrati dichiarano oltre 80 miliardi di redditi e pagano 11,6 miliardi di Irpef, generando un saldo fiscale positivo di circa 1,2 miliardi, questo perché sono in gran parte giovani e utilizzano poco la sanità e le pensioni. La loro presenza è cruciale in settori come i servizi alla persona, dove rappresentano circa il 30 per cento dei lavoratori, oppure l’agricoltura dove raggiungono quasi il 20 per cento, il 18 per cento nell’hospitality e il 16,7 per cento nelle costruzioni. Secondo la Fondazione Leone Moressa il valore aggiunto attribuibile agli occupati stranieri arriva a 177 miliardi, pari al 9 per cento del pil italiano.

I dati inoltre dimostrano che gli immigrati mitigano anche il crollo delle nascite: questo rende il sistema pensionistico più sostenibile. Non a caso la Ragioneria dello stato (Rgs), nelle previsioni a lungo termine, considera un saldo migratorio positivo come uno dei quattro presupposti indispensabili per la sostenibilità della spesa pensionistica, oltre alla crescita del pil, incremento dell’occupazione, e la ripresa della fecondità. Tutti elementi, tra l’altro, che hanno a che fare indirettamente con l’immigrazione. La Rgs avverte che senza l’afflusso di stranieri il numero di lavoratori diminuirebbe, il pil crescerebbe meno e la natalità sarebbe più bassa, compromettendo il rapporto lavoratori/pensionati.

Nelle sue proiezioni, affinché la spesa pensionistica sia sostenibile, il tasso di fecondità dovrà aumentare da 1,20 a 1,28 figli per donna entro il 2030, così come il saldo migratorio dovrà essere positivo di circa 165 mila persone all’anno. Ma nel 2024 l’Istat ha registrato 369.944 nascite, il minimo storico, con la fecondità delle donne straniere (1,79 figli per donna) nettamente superiore a quella delle italiane (1,11). Secondo l’ Istat, la diminuzione delle nascite è “quasi completamente attribuibile al calo delle nascite da coppie di genitori entrambi italiani”, che costituiscono oltre i tre quarti delle nascite totali, circa il 78 per cento. I nati da genitori italiani, pari a 289.183 nel 2024, sono diminuiti di 9.765 unità rispetto al 2023 (-3,3 per cento) mentre le nascite da coppie in cui almeno uno dei genitori è straniero sono invece rimaste stabili.

Se si desse seguito alla “remigrazione”, l’Italia perderebbe una quota significativa di forza lavoro presente e futura: ciò significherebbe meno contributi versati all’Inps, meno pil, meno crescita. E, di conseguenza, un aumento del rapporto tra debito pubblico e pil, che renderebbe più oneroso il costo degli interessi richiedendo la necessità di politiche di austerità. Il sistema pensionistico soffrirebbe perché il numero di lavoratori per pensionato diminuirebbe più rapidamente di quanto già previsto; per riequilibrare i conti occorrerebbe quindi tagliare le pensioni o allungare ulteriormente l’età pensionabile. Altro che “cancellare la Fornero”, come predica Salvini da tre lustri, il governo sarebbe costretto a farne una più drastica.

La realtà economica e demografica obbliga l’Italia a muoversi nella direzione opposta alla “remigrazione”, proprio come ha fatto il governo Meloni con il decredo flussi.

 

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