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Cortocircuiti
Sulle pensioni il Pd è nato riformista e invecchiato populista
Il partito di Schlein rinnega la storia di governo del centrosinista degli ultimi trenta anni per farsi sostenitore dell’agenda Salvini
“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” è una celebre frase di Bertolt Brecht nella “Vita di Galileo”. Da noi la frase andrebbe riscritta così: “Il popolo italiano non ha bisogno di eroi, perché ha imparato a farne a meno”. Soprattutto quando si deve affrontare qualche problema attinente alle pensioni. Negli ultimi giorni, le forze politiche hanno confermato quanto si sospettava da tempo. La sinistra del Campo largo ha inserito la questione del sistema pensionistico nel progressivo ripudio del proprio passato dissimulato da amnesia. La medesima linea di condotta che ha portato il Pd a votare con il suo Jobs act appoggiando il referendum della Cgil è riemersa nei confronti della riforma Fornero del 2011, che fu votata dal partito ai tempi della segreteria di Bersani.
Negli anni successivi i governi diretti o sostenuti dal Pd non si sono mai accodati alla campagna vergognosa e disonesta portata avanti dalla Lega, con un protagonismo diretto del suo capataz sfociato in iniziative di linciaggio mediatico dell’ex ministro Fornero non senza un certo successo nell’opinione pubblica. E’ il caso di ricordare che il governo Gentiloni concordò con i sindacati delle vie d’uscita flessibili (Ape sociale, precoci, ecc.) che tenevano conto, con adeguati requisiti, di reali esigenze occupazionali, personali e familiari senza demolire le fondamenta della riforma del governo Monti, per non provocare la reazione negativa dei mercati. Una consapevolezza che non è venuta meno neppure durante il primo governo Conte, quando M5s e Lega – pur rinunciando al proposito di “cancellare la Fornero” – si limitarono a sfregiare i conti pubblici con Quota 100 e la sospensione del meccanismo di indicizzazione dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita: due misure che registrarono il voto contrario e le critiche del Pd.
Ma ora il Pd di Elly Schlein, infettato dal virus demagogico del M5s, è passato armi e bagagli nel campo storico della Lega e, cosa paradossale per una forza di opposizione, è divenuto il più strenuo sostenitore, in materia di pensioni, del programma elettorale dei partiti di maggioranza. E’ quanto emerge dalla mozione presentata alla Camera, a prima firma della capogruppo Chiara Braga e sottoscritto da esponenti della segreteria come Maria Cecilia Guerra, in cui vengono ripresi tutti i vecchi arnesi di Salvini, con l’obiettivo di ringalluzzire la Lega e mettere in difficoltà il governo. Il Carroccio, dopo il duro scontro sul tema con il “suo” ministro Giorgetti, aveva approvato la legge di Bilancio affiancandola a un ordine del giorno che impegnava il governo a trovare le risorse per tagliare l'aumento dei requisiti pensionistici legato alla dinamica demografica. Il Pd, che in quella sede aveva votato contro, ha rilanciato qualunquemente, come direbbe Cetto: l’abolizione del meccanismo automatico di adeguamento all'aspettativa di vita, la condanna del secondo pilastro come demoniaco strumento della finanza, le uscite anticipate e pensione di garanzia per tutti. Non solo per i casi dei nuovi (sedicenti) esodati.
La maggioranza ha reagito come la monaca di Monza alle tentazioni della carne: “La sventurata rispose”. Presi di sorpresa, i gruppi di centro destra hanno imbastito una mozione che ammicca a vaghe disponibilità di revisione del meccanismo di indicizzazione che la sinistra chiede di sopprimere senza tener conto delle conseguenze negative certificate da tutti gli osservatori istituzionali. C’è solo un punto che desta preoccupazioni, comune alla linea del Campo largo, laddove il testo del centrodestra ribadisce che “l’azione del governo in materia previdenziale si è ispirata al principio del leale affidamento dei cittadini”. Si percepisce in questa affermazione l'idea che non devono essere tutelati solo i diritti acquisiti, ma anche le aspettative delle persone sulla immutabilità delle regole e dei requisiti.
E’ questa una tesi contraddittoria con l'abolizione dell'adeguamento perché l’applicazione del meccanismo è un elemento strutturale del sistema da tre lustri (quindi è incorporato nelle aspettative dei cittadini) e non è un atto discrezionale, ma risponde a criteri oggettivi scanditi dalle previsioni demografiche, certificate dall’Istat e quindi prevedibili. Inoltre il centrodestra farebbe bene a ricordare che la riforma Fornero ricevette in dote il meccanismo di indicizzazione dal governo Berlusconi nel 2010, a opera dei ministri Giulio Tremonti (eletto nella sua storia con FI, poi Lega e ora FdI) e Maurizio Sacconi. La mozione della maggioranza, comunque, un merito ce lo ha: ha approfittato dello scivolone delle opposizioni sulla previdenza complementare per aggiustare il tiro di livello del dibattito riportato dal Pd all’età della pietra.
Solo dei primitivi trinariciuti possono scrivere nel 2026, dopo trent’anni di esperienze, che: “Il sistema previdenziale pubblico deve essere tutelato e rafforzato, scongiurando tutte quelle iniziative che tendono a minarne la solidità finanziaria e la credibilità sociale, favorendo surrettiziamente il trasferimento dei risparmi previdenziali dei lavoratori verso i gruppi finanziari privati”. Una frase del genere sarà parsa eccessiva persino a Maurizio Landini. La coalizione che si propone come alternativa a Giorgia Meloni affronta così un tema cruciale per l’adeguatezza delle pensioni, liquidandolo con un linguaggio becero e ignorante. Anche in questo caso, il Pd ha ripudiato la propria storia. A parte l’avvio delle forme di previdenza privata a capitalizzazione ad opera del governo Amato nel 1993, l’impianto strutturale ha avuto stabilità dalla riforma Dini/Treu del 1995, dettata al governo dalle confederazioni sindacali che pretesero e ottennero persino che il Parlamento votasse la legge solo dopo che era stata sottoposta all’esame e al voto dei lavoratori. L’altra significativa operazione – in particolare per quanto riguarda l’uso del Tfr come principale mezzo di finanziamento dei fondi pensione e delle altre forme – è dovuto a Cesare Damiano, ministro del Lavoro nel secondo governo Prodi, sulla base di un accordo con le confederazioni sindacali, nel 2007. Poi più nulla, salvo un colpo di mano che portò l’aliquota sui rendimenti dall’11 al 20 per cento. Il governo Meloni nella legge di Bilancio ha riaperto la questione accogliendo, con la modalità del silenzio/assenso per il conferimento del Tfr, una richiesta avanzata dalle parti sociali, che sono i soggetti fondativi dei fondi attraverso la contrattazione, per mezzo della quale avevano già sperimentato quella forma di finanziamento allo scopo di favorire le adesioni. Sul piano dei contenuti la linea del Pd è terrificante.
Sul piano politico il messaggio di Schlein & co agli elettori è: fidatevi di noi, se andremo al governo sfasceremo tutte le riforme che abbiamo fatto quando abbiamo governato negli ultimi 30 anni. Chissà se funzionerà. Il paradosso è che tocca al centro destra difenderle.