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a Buenos Aires

Lo scontro tra Milei e il miliardario Rocca è una lezione su dazi e concorrenza

Luciano Capone

L'establishment dell'Argenina è scosso: Techint, colosso industriale del paese, ha perso una gara per fornire i tubi di un gasdotto contro un'impresa indiana. Non era mai successo prima. Due modelli a confronto: il vecchio protezionismo protezionista e il nuovo liberismo mileista, tra ricerca di efficienza e rischio di deindustrializzazione

Si pensava che avrebbe fatto la guerra ai poveri, e invece Javier Milei ha iniziato a fare la guerra ai ricchi. La povertà in Argentina è diminuita notevolmente, ma la tensione con la classe imprenditoriale è alle stelle. L’establishment argentino è scosso dallo scontro tra il presidente Milei e Paolo Rocca, capo del gruppo Techint e secondo uomo più ricco del paese. “Don Rottamino dei tubi costosi”, lo definisce in modo sprezzante Milei. Mentre l’imprenditore italo-argentino, a capo di un conglomerato da 52 mila dipendenti nel mondo, ha presentato un ricorso. Al centro c’è una gara d’appalto per la realizzazione di un gasdotto vinta da una società indiana. 

Nell’ambito di un progetto per trasportare il gas dall’enorme giacimento di Vaca Muerta a dei terminal per l’export di Gnl sulla costa, il consorzio di imprese Southern Energy (tra cui c’è la statale Ypf) ha indetto una gara per l’acquisto di 480 chilometri di tubi. Sembrava non esserci partita. D’altronde il gruppo Techint, con Tenaris, è leader globale nella produzione di tubi nel settore oil & gas e con i governi precedenti, come ad esempio per la realizzazione del gasdotto Néstor Kirchner, la società argentina si è sempre aggiudicata forniture così importanti. Non in questo caso. Su 15 concorrenti da tutto il mondo, ha prevalso l’indiana Welspun con un’offerta di circa 200 milioni di dollari, inferiore del 40 per cento rispetto a quella del campione nazionale argentino, che aveva presentato un preventivo più costoso di circa 90 milioni di dollari.

Dopo aver perso la gara, il gruppo Techint ha ritoccato l’offerta al ribasso e, infine, ha proposto di pareggiare la proposta arrivata dall’India. Ma per il governo Milei il tempo era scaduto. La società di Rocca ha allora presentato un ricorso per dumping, sostenendo che la società indiana fa concorrenza sleale perché produce in Cina. Ma per il governo l’idea di pagare i tubi a un prezzo superiore è “indifendibile”, ha dichiarato il ministro della Deregolamentazione Federico Sturzenegger: “Tubi più cari implicano una minore redditività del progetto, minori investimenti, meno occupazione, meno esportazioni”. Anche l’idea di consentire all’impresa argentina di pareggiare l’offerta indiana è stata respinta, in quanto avrebbe tolto qualsiasi credibilità alle aste, scoraggiato i partecipanti stranieri e ridotto la concorrenza in futuro.

Sturzenegger, l’economista autore dell’enorme piano di sburocratizzazione e liberalizzazione dell’economia, è la bestia nera del gruppo italo-argentino. Già l’anno scorso aveva abolito una legge, esistente dal 2009, che proibiva l’esportazione di rottami di ferro: una misura che teneva artificialmente più basso il prezzo di un input fondamentale per la produzione di acciaio, che quindi colpiva direttamente Techint che è il più grande gruppo siderurgico in Argentina.

Ma al di là delle questioni personali, alla base dello scontro ci sono due visioni di economia e di politica industriale: da un lato il vecchio modello peronista, che sacrificava l’efficienza economica in nome della protezione dell’industria nazionale; dall’altro il modello di libero mercato di Milei, esposto nel discorso di Davos ed elogiato dal Washington Post, che abbatte dazi e ostacoli per aprire l’economia alla concorrenza anche a costo della chiusura di imprese non competitive. Il vecchio modello peronista ha prodotto più corruzione che crescita, ma il nuovo ha le sue criticità. L’apertura di una delle economie più chiuse al mondo produce deindustrializzazione se le imprese finora protette dalla concorrenza non riescono a essere più produttive.

Ma non dipende solo dalle imprese. La scarsa competitività dipende dal cosiddetto “costo argentino”, ovvero dalle distorsioni accumulate nei decenni: pressione fiscale elevata, mercato del lavoro rigido, costi logistici, infrastrutture scadenti e assenza di credito. Un solo esempio: in Argentina esiste un’imposta sul fatturato (Ingresos brutos), un caso unico al mondo, che produce enormi distorsioni ma finanzia l’80 per cento del gettito delle province. Tutti sono concordi sulla sua abolizione, ma nessuno è in grado di sostituirla. L’apertura alle importazioni sicuramente spinge le imprese a diventare più efficienti, ma è forse la parte più facile per il governo. Perché la vera riduzione del “costo argentino” passa per riforme strutturali come quella del lavoro e quella fiscale, che il governo dovrebbe approvare quest’anno.

Se la velocità con cui Milei fa le riforme è molto più lenta di quella con cui apre l’economia, l’industria non può tenere il passo della concorrenza internazionale. Sul fatto che le imprese subiscano “dumping” ha ragione Rocca, ma non viene dall’estero: è il “costo argentino” imposto dallo stato.

 

 

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali