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il commento

Perché il rinvio del Mercosur è come un sabotaggio

Barbara Beltrame Giacomello

La politica dice “aiutiamo le imprese”, ma non affronta il problema. Servono regole chiare e libertà. Un appello dal mondo industriale

Ogni volta che la politica italiana dichiara di voler “aiutare le imprese”, dimostra in realtà di non aver compreso fino in fondo quale sia il vero ostacolo allo sviluppo del sistema produttivo. L’errore non sta nella mancanza di risorse o di buone intenzioni, ma nel continuo fraintendimento delle priorità. L’industria italiana non chiede protezione permanente, né scorciatoie, né sussidi a pioggia. Chiede una cosa molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile da concedere: poter lavorare in un contesto razionale, prevedibile, governato.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sugli strumenti compensativi. Incentivi, bonus, crediti d’imposta, ristori. Alcuni utili, altri mal progettati, molti inefficaci non per carenza di fondi ma per il modo in cui sono stati costruiti e applicati. Quasi mai, invece, si è affrontato il nodo strutturale che continua a erodere competitività, investimenti e fiducia. La burocrazia italiana non è solo eccessiva. E’ diventata tossica. Un veleno a rilascio lento e costante che non uccide con un colpo secco, ma consuma nel tempo la capacità di produrre valore.

Non si tratta di un incidente di percorso. E’ un sistema che si autoalimenta. Norme che si accumulano senza mai essere eliminate, autorizzazioni che si sovrappongono, controlli duplicati, responsabilità che nessuno vuole più assumersi. In questo quadro le imprese italiane non competono soltanto con i concorrenti internazionali, ma con il proprio apparato amministrativo. E spesso questa competizione interna è quella che perdono.

Chi investe oggi chiede tempi certi. Chiede di sapere se un progetto è autorizzabile, con quali condizioni e in quale orizzonte temporale. Chiede che ciò che viene deciso oggi non venga rimesso in discussione domani da una circolare, dopodomani da un’interpretazione diversa, tra sei mesi da un cambio di indirizzo politico. Senza questa certezza, ogni incentivo diventa marginale, quando non controproducente.

Il paradosso è evidente. Si invoca una politica industriale mentre si rende ogni investimento più lento, più costoso e più incerto. Si parla di attrarre capitali mentre si moltiplicano vincoli e passaggi amministrativi. Si chiede alle imprese di aumentare la produttività mentre si sottrae loro tempo, risorse e attenzione con adempimenti che non producono alcun valore economico o sociale.

Questo cortocircuito emerge in modo particolarmente chiaro ogni volta che un’impresa decide di fare un passo in avanti. Anche piccolo, anche a livello locale. Aprire un centro di ricerca o potenziare una linea produttiva o insediare un nuovo stabilimento dovrebbe essere considerato un fatto positivo per il territorio. In Italia, troppo spesso, diventa l’inizio di un incubo. L’investimento non viene accolto come un’opportunità, ma come una leva negoziale. All’imprenditore viene presentato, più o meno esplicitamente, un conto da pagare all’amministrazione comunale di turno sotto forma di opere accessorie. Strade, piste ciclabili, rotatorie, interventi che nulla hanno a che fare con il progetto industriale, ma che diventano una sorta di richiesta di riscatto per poter lavorare. Se non accetti: arriva l’insabbiamento amministrativo. Non ti muovi più, affondi nelle sabbie mobili.

Altrove accade l’opposto. In molti paesi europei ed extraeuropei le amministrazioni competono per attrarre investimenti. Le autorizzazioni arrivano in poche settimane, talvolta in pochi giorni. Le infrastrutture vengono considerate una responsabilità pubblica, non una contropartita da scaricare sull’impresa. In Italia l’investimento industriale si trasforma invece in un girone dantesco fatto di anni di discussioni, conferenze di servizi interminabili, assemblee pubbliche dominate dai professionisti del “no a qualsiasi cosa”, ricorsi, richieste economiche crescenti e una costante dissoluzione della responsabilità nel rinvio.

Questa deriva non è neutra. Ha effetti concreti sulla struttura industriale del paese. Penalizza le imprese che vogliono crescere, innovare, internazionalizzarsi. Favorisce chi resta piccolo per difesa, chi rinvia, chi si limita a gestire l’esistente. E’ così che un sistema produttivo perde dinamismo e, senza girarci troppo attorno: muore.

Il messaggio che passa è devastante. Investire non è incoraggiato, è tollerato. E a volte nemmeno quello. Non sorprende allora che molte imprese, soprattutto familiari, arrivino a una conclusione razionale. Se crescere, innovare o espandersi significa affrontare un conflitto permanente, la scelta più semplice diventa uscire. Vendere. E’ ciò che sta accadendo sempre più spesso con le nuove generazioni imprenditoriali, che non rinunciano per mancanza di visione o di ambizione, ma perché non vedono più un contesto che renda sensato continuare a investire tempo, capitale e responsabilità. Almeno, non qui.

A questo quadro già critico si aggiungono scelte politiche che risultano ancora più incomprensibili se lette nel contesto internazionale attuale. Il rinvio del trattato Mercosur alla Corte di giustizia europea ne è un esempio emblematico. Viviamo una fase di crisi delle alleanze economiche e commerciali a cui eravamo abituati. I mercati si chiudono, riemergono i dazi, gli scambi diventano strumenti di pressione geopolitica. In questo scenario, ogni spazio di apertura commerciale non è un favore alle imprese, ma una necessità strategica, soprattutto in questo periodo. Soprattutto in un’Italia, secondo paese manifatturiero d’Europa, il cui saldo positivo con l’estero tiene in pieni i conti (i debiti) del paese.

Il rinvio del Mercosur rappresenta un sabotaggio gravissimo perché avviene in un momento storico in cui il grado di libertà del commercio internazionale è minacciato da più parti. I nostri mercati di riferimento, che sono anche i nostri migliori clienti, introducono barriere o attraversano difficoltà economiche che riducono la domanda di prodotti italiani.

Parallelamente, la Cina opera in una condizione di forte surplus produttivo e riversa in Europa enormi quantità di beni sussidiati e deregolamentati, erodendo progressivamente la competitività delle produzioni manifatturiere europee.

In questo contesto, bloccare un accordo che avrebbe consentito una significativa riduzione dei dazi per le imprese esportatrici significa sottrarre ossigeno a un sistema produttivo già sotto pressione. Il Mercosur non è una questione ideologica o identitaria, ma uno strumento concreto di diversificazione dei mercati, di rafforzamento delle catene del valore e di riduzione della dipendenza da aree già instabili. Rinviarlo oggi equivale a scegliere deliberatamente di indebolire chi produce.

In una provincia come Vicenza, meno di 850 mila abitanti, nel solo 2025 le richieste di prima attivazione di cassa integrazione ordinaria hanno riguardato oltre 11 mila lavoratori, con ulteriori quasi 15.000 persone coinvolte nelle richieste di proroga. Numeri che raccontano una realtà concreta, non una narrazione ideologica. Eppure, mentre ad alcuni settori vengono garantite tutele, clausole di salvaguardia e risorse aggiuntive (decine di miliardi) alle già diverse centinaia previste, altri vengono sacrificati in nome di un consenso di breve periodo. Una scelta politica può essere legittima, ma deve essere dichiarata per quello che è, non mascherata come difesa del lavoro o dell’interesse nazionale.

E’ qui che prende forma l’equivoco dell’“Europa matrigna”. Non è l’Europa in quanto tale ad essere matrigna, ma l’uso strumentale che, in questo caso, alcuni gruppi parlamentari, ipocritamente e strumentalmente, fanno delle sedi europee per costruire consenso interno. Il costo, però, ricade interamente sulle imprese che producono valore aggiunto per il paese.

Perché c’è un equivoco di fondo che andrebbe chiarito una volta per tutte. L’impresa non è un corpo estraneo alla società, né un interesse particolare da bilanciare con altri interessi “più nobili”. L’impresa è uno dei luoghi principali in cui si genera coesione sociale, occupazione, competenze, mobilità sociale. E’ lì che si trasformano investimenti in salari, innovazione in benessere diffuso, apertura ai mercati in stabilità economica. Quando si colpisce l’impresa, non si colpisce un’entità astratta, ma un ecosistema fatto di persone, famiglie, territori.

Continuare a trattare l’iniziativa economica come un problema da contenere invece che come una risorsa significa condannare il paese a una progressiva marginalità. Non servono nuove narrazioni, servono decisioni. Non servono proclami sull’industria strategica se poi ogni scelta concreta viene rinviata, annacquata o contraddetta. La distanza crescente tra chi legifera e chi produce non è solo un problema economico: è un problema democratico, perché mina la fiducia reciproca e indebolisce il patto sociale su cui si regge un’economia avanzata.

Si torna così alla domanda che viene posta con maggiore frequenza agli incontri di Confindustria. Cosa chiedete alla politica? La risposta è meno complessa di quanto si pensi. Chiediamo di fare il meno possibile. Chiediamo libertà. Regole chiare, stabili, fissate una volta per tutte. Regole anche rigorose quando servono a tutelare l’interesse pubblico, la sicurezza, l’ambiente, le persone. Ma poi spazio all’iniziativa privata, al lavoro, all’investimento.

 

Barbara Beltrame Giacomello
presidente di Confindustria Vicenza

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