Foto Ap, via Ansa
cosa dicono i mercati
Ci sono buone ragioni per essere ottimisti sull'Europa nel 2026
Tra mercati nervosi, retorica trumpiana e nuovi equilibri globali, grandi investitori e policy maker intravedono per l’Europa una finestra storica: rendimenti più solidi, capitale da trattenere e un modello economico e culturale da rafforzare per trasformare la fragilità in attrattività
“E se invece della politica Maga cominciassimo a parlare di Mega, Make Europe great again? In fondo ci sono diverse buone ragioni per essere ottimisti sull’Europa”. Maria Luisa Gota, amministratrice delegata di Eurizon Capital, la società di asset management di Intesa Sanpaolo, e presidente di Assogestioni, parla davanti alla platea di 100 grandi investitori – italiani ed esteri – riuniti all’ultimo piano del grattacielo di Gioia22 a Milano per ascoltare (in anteprima) le previsioni e gli scenari per il 2026. Da fuori arriva l’eco delle tensioni internazionali che hanno accompagnato l’apertura dei lavori a Davos.
La preoccupazione si percepisce: le borse continuano a perdere terreno via via che le uscite del presidente americano Trump diventano più aggressive e poco decifrabili dai mercati. Gota, seduta su oltre 300 miliardi di asset in gestione, mostra freddezza e ottimismo: “C’erano timori simili anche lo scorso anno quando Trump era appena stato eletto, ma il 2025 – che ha visto momenti critici come il 2 aprile con il Liberation day, alla fine è andato molto bene. Pensiamo che il ciclo economico globale possa seguire un trend di crescita, ma soprattutto pensiamo che dovremmo guardare all’Europa con occhi diversi cogliendo le opportunità che l’attuale scenario sta offrendo”.
Quali sono queste opportunità? Sostanzialmente tre: titoli di stato europei che offrono rendimenti più appetibili rispetto a quelli americani grazie soprattutto alla Bce che tiene sotto stretto controllo l’inflazione. Rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro come valuta globale. Piano fiscale tedesco a cui si possono agganciare le prospettive di crescita economica dell’area euro in cui i profitti societari sono, comunque, stabili se non in aumento.
Insomma, se, come fa Eurizon, si mettono a confronto gli asset finanziari europei con quelli delle altre aree globali, Stati Uniti compresi, si capisce che l’Unione sta esercitando una certa attrattività sugli investitori globali. E le minacce di Trump? Gli attacchi volti alla disaggregazione europea? “Certamente, l’Europa si presenta come un vaso di coccio tra vasi di ferro, vale a dire Stati Uniti e Cina – osserva Gota – Ma conosciamo già questa diagnosi e i rapporti di Draghi e Letta ci hanno anche detto quali sono le prescrizioni mediche, come l’unione dei capitali e dei risparmi. Per affrontare l’ondata di neo imperialismo, l’Europa deve restare unita e diventare più forte. Per questo dico: Make Europe great again”. Detto da chi gestisce capitali così ingenti è significativo, vuol dire che la possibilità di un seppur parziale riposizionamento della ricchezza investita a livello globale su asset europei è una possibilità concreta. Cosa manca per realizzare in pieno questo disegno lo ha spiegato (ancora una volta) proprio Enrico Letta collegato all’evento di Eurizon: “La risposta a Trump sta nel rafforzamento del mercato dei capitali, obiettivo che avremmo già raggiunto se non fosse stato per la Brexit”. In effetti, spiega in sintesi, ogni anno centinaia di miliardi di risparmi di cittadini e famiglie europee vengono investiti negli Stati Uniti, su aziende americane che, molto spesso, con questi soldi tornano in Europa per acquisire altre aziende alimentando un paradossale circolo vizioso. In parole povere, capovolgere questa spirale trattenendo i risparmi in Europa vorrebbe dire colpire Trump dove non se lo aspetta. Inoltre, nelle ultime ore si è fatta strada la consapevolezza che l’Europa è il principale creditore del debito pubblico americano: quasi tre trilioni di dollari per un totale di 12,6 trilioni di asset finanziari a stelle e strisce e che questo potrebbe essere anche un’arma da utilizzare al tavolo delle trattative con Trump che sembra volere la Groenlandia a tutti i costi (ma non con l’uso della forza, ha precisato nelle ultime ore facendo tirare un sospiro di sollievo alle borse). Ma nel concetto di un’Europa più forte non c’è solo l’assetto finanziario. “Sono reduce da un incontro avvenuto negli Stati Uniti con i responsabili delle principali università europee – conclude Letta – Abbiamo la conferma di un boom di iscrizioni di studenti internazionali rispetto agli ultimi anni mentre le università americane stanno perdendo tra il 30 e il 50 per cento di iscritti. Per gli Stati Uniti è la fine di un modello culturale e di business e per l’Europa democratica è una grande opportunità”. Make Europe great again passa anche da qui.