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L'intesa

Accordo di McDonald's con Cgil-Cisl-Uil per il contratto. È il Big-bang Mac

Dario Di Vico

Dopo 40 anni di presenza del gruppo in Italia, c'è un vero contratto integrativo aziendale, con l’estensione a buona parte dei 700 franchisee indipendenti dello stesso accordo stipulato per quelli diretti. Per Dell’Orefice (segretario generale Fisascat-Cis) è “un modello italiano di rapporti sindacali”

Non capita tutti i giorni di vedere che McDonald’s e Cgil-Cisl-Uil concludano due accordi nel giro di due mesi, uno dietro l’altro. Il primo dopo 40 anni di presenza del grande marchio americano in Italia è un vero contratto integrativo aziendale, il secondo riguarda l’estensione a buona parte dei 700 franchisee indipendenti da McDonald’s dello stesso accordo stipulato dal gruppo per i dipendenti diretti. Non bisogna fare grande difficoltà per ricordarsi come i ristoranti della Grande Emme siano stati considerati dalla sociologia e dalla pubblicistica come le cattedrali del lavoro povero, tanto che per definire le mansioni ripetitive e a basso valore aggiunto si usava l’espressione “mc job”. I sindacati italiani sostengono che è la prima volta e il primo paese al mondo ad aver introdotto la contrattazione negli schemi del più grande ristoratore del globo ma sembra che esistano esperienze analoghe in diversi paesi. Come che sia ha senso ricordare che nel ’93 il sociologo americano George Ritzer scrisse un fortunato libro sulla mcdonaldizzazione ovvero su un processo di standardizzazione assoluta che portava a spersonalizzare merci e produzione. Un’evoluzione in negativo del taylorismo e quindi del lavoro umano ma anche una semplificazione dei processi che successivamente avremmo chiamato di globalizzazione. Essere etichettati come iper-sfruttatori non è mai piaciuto alla dirigenza della multinazionale di Oak Brook (Illinois), anche se a onor del vero non ha mai impedito la diffusione del modello di ristorazione in tutto il mondo. Autocrazie comprese. Il consumatore alla fine premiava la formula e dei problemi del lavoro povero ne parlavano solo i professori universitari.

Alla domanda come mai proprio in questi mesi McDonald’s Italia si sia decisa al grande passo e ad accogliere i sindacati l’amministratore delegato Giorgia Favaro risponde che la pandemia ha cambiato le carte in tavola nel mercato del lavoro e un’azienda leader non può più snobbare l’ascolto delle migliaia di persone che lavorano nei suoi ristoranti. “E’ stata una scelta voluta, una pietra miliare della nostra storia aziendale”. Quanto ai mc job, Favaro sostiene di aver lavorato in un ristorante del gruppo e assicura che è prevista in McDonald’s una buona rotazione delle mansioni per chi sta alla cassa, alla griglia o ai fritti. Il 50 per cento dei dipendenti ha meno di 35 anni, il 60 per cento è donna e il 32 è uno studente-lavoratore. “In tre anni si può passare da crew a direttore, a nostro modo siamo un ascensore sociale, offriamo a chi viene a lavorare da noi un ambiente inclusivo e meritocratico oltre che un accesso generalizzato alla formazione”.

Francesco Dell’Orefice, segretario generale della Fisascat-Cisl, che insieme ai colleghi di Cgil e Uil ha sottoscritto gli accordi Mc Donald’s, è entusiasta dell’obiettivo raggiunto, tanto da farne un modello per estendere i contratti centrali alla catena del franchising. I sindacati hanno da tempo le loro Rsa dentro i ristoranti ma non erano mai riusciti a siglare un contratto integrativo. Se ne discute almeno dal settembre del ’23 e nel frattempo ci sono stati scioperi e agitazioni ma alla fine si è trovato un punto di mediazione. Sono state introdotte modifiche all’organizzazione del lavoro, erogato un buono spesa di 150 euro in servizi di welfare, previste norme di conciliazione, ribadito che le assunzioni avvengono tutte a tempo indeterminato anche se con contratto part time. Per migliorare la sicurezza nei punti vendita è previsto un bottone d’emergenza collegato con le forze dell’ordine. Più complessa la regolamentazione del part time e delle ore supplementari svolte dai lavoratori, si è trovata la quadra garantendo la possibilità di richiedere il consolidamento delle ore lavorate in più e alcuni criteri a cui l’azienda deve sottostare. Per Dell’Orefice la McDonald’s è stata spinta a firmare l’integrativo anche perché fa fatica a reclutare personale specie al nord e comunque rivendica come un successo l’adozione di “un modello italiano di rapporti sindacali”. E anche secondo Adapt, l’associazione indipendente che monitora la contrattazione collettiva, l’intesa raggiunta in McDonald’s è “un momento significativo delle relazioni industriali italiane”.

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