Ansa
Al capolinea
L'Ilva, l'ultimo prestito e le ipocrisie di governo
Questa volta gli aiuti di stato ammontano a 257 milioni di euro da restituire nel prossimo semestre. Ma si tratta di un'ipotesi irreale: l’amministrazione straordinaria brucia circa 50 milioni al mese. Inoltre, per la prima volta in sessant'anni, lo stabilimento non produrrà più coke
La Camera ha approvato l’ennesimo prestito ponte per Ilva: altri 257 milioni di euro di aiuti di stato, da restituire in sei mesi. Un’ipotesi irreale, visto che l’amministrazione straordinaria brucia circa 50 milioni al mese e ha accumulato 800 milioni di perdite negli ultimi sei mesi, anche per consulenze inutili. Intanto è iniziato lo spegnimento di tutte le batterie: per la prima volta in oltre sessant’anni Ilva non produrrà più coke, che verrà importato dall’estero. Il ciclo integrale dell’acciaio, in Italia, di fatto non esiste più. A questo si aggiunge una gestione politica confusa: il ministro Urso ha evitato di ricordare la morte sul lavoro di Claudio Salamida, annunciando invece una richiesta di risarcimento da 7 miliardi ad ArcelorMittal, scelta che scoraggia qualunque investitore. Nel decreto compaiono anche 20 milioni per la cassa integrazione: i lavoratori Ilva ricevono il 70 per cento dello stipendio, da oltre dieci anni. Una contraddizione per un governo che ha abolito il reddito di cittadinanza. La Commissione ha chiarito che questo sarà l’ultimo prestito: dal 2012 gli aiuti pubblici hanno raggiunto 3,6 miliardi. Per rilanciare Ilva ne servirebbero 9. Senza investitori e senza strategia, la gestione pubblica appare arrivata al capolinea.