Ansa
Abbattere Milano
La sentenza del Consiglio di stato su un cantiere e lo scalpo al “modello Milano” è servito
Le sentenze demolitorie potrebbero seguire, anche se per la cinquantina di cantieri sotto esame ogni caso fa testo a sé, rendendo sempre più contraddittorio il quadro in cui le imprese sono costrette a muoversi. Ma così si perdono investimenti e non è una bella notizia per nessuno
Milano. Per una volta il titolo del Fatto è veritiero, “il Comune disse ok al palazzo e adesso lo abbatte”, e coglie in pieno il paradosso generato dalle inchieste sull’edilizia a Milano (non sulla “corruzione urbanistica”, leggenda già smontata da Riesame e Consulta). Il paradosso invece è tutto lì, e racconta di una situazione in cui interpretazioni discutibili delle norme da parte della magistratura e debolezza della politica hanno annodato un cappio destinato a stringersi sulla città, sugli investimenti e – ultime ma non certo ultime – sulle “famiglie sospese”, quelle che hanno messo i loro soldi per una casa che rischiano di non abitare. Perché la giustizia amministrativa, Tar e Consiglio di stato, ha scelto di allinearsi a quella penale e ha stabilito che gli immobili costruiti con una Scia siano per forza “illegittimi”.
E’ quanto accaduto per un cantiere nella centrale via Fauchè. Il comune ha incassato il colpo della sentenza del Consiglio di stato e – definendolo un atto dovuto – ha stabilito che l’immobile in costruzione venga demolito. Il paradosso, che il titolo del Fatto sventola come una bandiera, sta in questo: quel cantiere di “demolizione-ristrutturazione” di un immobile preesistente era stato autorizzato (dunque legittimo) dal comune a fronte di una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) del costruttore, e dopo una procedura di controlli durata mesi: l’idea che una Scia sia come una strisciata del bancomat è un’idiozia populista. Ma ora quell’immobile viene giudicato illegittimo dallo stesso comune che lo fa abbattere. Per i giudici infatti sarebbe una “nuova costruzione”, per la quale occorrevano differenti procedure. Da notare: non ci sono truffe né dazioni ambientali: è solo procedura. E peccato che il dl 19/20 del governo Conte, il famoso “decreto Rilancio”, di fatto avesse liberalizzato il settore (strano che la responsabilità di Conte non sia mai evocata).
Tutto normale? Non esattamente. Basterebbero le contraddizioni di cui spiegano gli avvocati, roba molto sottile. Ad esempio l’analogo caso di un cantiere in via Anfiteatro. Lì Tar e poi Consiglio di stato hanno dato ragione ai costruttori e torto ai “comitati” denuncianti: il palazzo si può fare. Ma poi succede una cosa molto strana: la procura (dunque non più giustizia amministrativa) procede ugualmente al sequestro del cantiere. Altro caso simile, in viale Papiniano: ma qui i costruttori hanno vinto il ricorso, dimostrando che la Scia accettata dal comune è un “titolo edilizio valido, legittimo e non più annullabile”. Come può esserci una tale confusione? Per due motivi equamente disastrosi: la magistratura che ha stabilito, con libera interpretazione, che la Scia non basti, per costruire, occorrerebbero percorsi autorizzativi differenti (ma perché, se la legge lo consente?) e in ogni caso sulle norme attuali (come il dl Conte) farebbero fede le norme precedenti (ma perché?). Il secondo motivo è che fin dall’inizio delle inchieste l’amministrazione anziché rivendicare la legittimità dei propri atti si è consegnata, vista la minaccia penale, alle richieste della procura. E poiché metà della maggioranza si è messa, per scelta politica o elettoralistica, contro la propria stessa giunta, la partita per il comune era persa. Non restava che giocare sulla difensiva: un caso di scuola del potere giudiziario che commissaria quello politico. Per limitare i danni, il comune – oggi la più impegnata sul fronte è la vicesindaco Anna Scavuzzo – sta rivedendo norme e Pgt, prendendo per buone esclusivamente le regole dettate dalla procura; ha inoltre cambiato la Commissione del paesaggio. Mentre nel frattempo la politica – e lo stesso Pd che pure esprime il sindaco – ha fatto fallire l’unico intervento legislativo chiarificatore che avrebbe rimesso le cose su binari di logica e legittimità, il famoso “salva Milano”. Con gran soddisfazione del centrodestra, che ha preferito affossare la Milano di oggi nella speranza di guadagnare politicamente quella di domani.
La decisione del comune sull’abbattimento dello stabile di via Fauchè è stata salutata da molti come una vittoria dei magistrati, dei soi disant comitati civici, dell’opposizione interna/esterna alla giunta. Il primo scalpo vero del “modello Milano”. Qualche addetto ha fatto notare che forse il comune avrebbe potuto muoversi in modo interlocutorio, valutando ad esempio un permesso di costruire in sanatoria, anziché prendere soltanto nota dell’atto dovuto. Sottigliezze eventuali, che non cambiano però il quadro generale. E i costruttori potrebbero ancora ricorrere o eventualmente, domani, reclamare i danni al comune. Ma non è l’aria che tira. L’aria che tira è che altre sentenze demolitorie potrebbero seguire. Non molte, in realtà: per la cinquantina di cantieri sotto esame ogni caso fa testo a sé, rendendo sempre più contraddittorio il quadro in cui le imprese sono costrette a muoversi: lo scorso anno si sono bloccati per le inchieste oltre 25 miliardi di euro. E perdere investimenti non è una bella notizia nemmeno per chi pensa a nuovi piani di edilizia popolare. A partire dal governo e dalle famiglie sospese.
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