Ansa
dilemmi futuri
Sicurezza, crescita e innovazione: la resa della spesa per la difesa
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti quest'anno dovrà fare i conti con la fine del Pnrr e la domanda interna, che in assenza dei fondi europei dovrà essere sostenuta con gli investimenti pubblici, la cui fetta principale però riguarda proprio la difesa
Burro o cannoni? Lo storico dilemma si ripropone ogni volta che si discute di spendere per la difesa. Burro e cannoni, ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rispondendo in Senato a una interrogazione del M5s. Ecco le sue parole: “Nella misura in cui – grazie all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale – sarà tollerato un sentiero di crescita della spesa netta più ampio in ragione delle sole maggiori spese in difesa e sicurezza, l’aumento nella spesa prospettato non comporterebbe nessuna rinuncia alle spese dedicate alle principali priorità di policy di natura sociale, quali quelle ricordate dagli interroganti”. Siccome è una “flessibilità in deroga” non ci sarà bisogno di un nuovo piano strutturale a medio termine, in ogni caso si tratta di uno scostamento dagli obiettivi programmatici che richiede l’approvazione del arlamento dove affila i coltelli la triade giallo-verde-rossa guidata da Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Elly Schlein.
L’anno 2026 si apre dunque con una rogna di prima grandezza. Giorgetti, attento a non provocare frizioni, spiega che a marzo l’Istat pubblicherà la stima del deficit di bilancio del 2025 fondamentale per stabilire se si resterà o no entro il limite del 3 per cento del pil. Ma c’è un argomento che Giorgetti non ha sollevato per rispondere all’asse trasversale che lo vuol mettere con le spalle al muro. Quest’anno si chiude il Pnrr, faremo i conti sui risultati e sul contributo a una crescita del pil ben inferiore al punto percentuale. La gran parte della domanda interna, una volta esauriti i finanziamenti europei, verrà sostenuta dagli investimenti pubblici la cui fetta principale riguarda proprio la difesa. Si tratta secondo le stime del governo di una spesa militare di 12 miliardi di euro entro il 2028, cominciando quest’anno con 3,5 miliardi. Mettersi contro vuol dire condannare l’economia italiana a un faticoso e incerto galleggiamento.
Il ciarliero Claudio Borghi, che parla per quello che un tempo veniva chiamato il Capitano e oggi si è trasformato in mahatma o bàtjuška che dir si voglia, sostiene che la Lega voterà solo se le spese saranno usate “per la sicurezza interna e le forze dell’ordine nelle strade, non certo per mandare militari al fronte”. Cioè per la polizia non per l’esercito, la marina e l’aeronautica? Non ha molto senso, ancor meno dal punto di vista strettamente economico. Quel che può dare una spinta alla crescita infatti è il sostegno alla complessa filiera produttiva del sistema difesa, della quale la “paga del soldato” è solo una parte. Per valutare l’impatto complessivo bisogna considerare le fabbriche, gli uffici, i laboratori, i grandi centri di calcolo e tutto quello che va ben oltre il pattugliamento delle strade e delle coste. E’ di questo che occorre discutere. Secondo la maggior parte delle stime ogni euro speso ne attiva come minimo due, ma può salire a tre e oltre a seconda di quanto lunga, complessa e sofisticata sia la catena del valore. Lo stesso dicasi per l’occupazione, come spiega lo studio della Fondazione Luigi Einaudi presentato nel giugno scorso. I dipendenti diretti delle imprese fornitrici sono 50 mila, ma considerando anche i posti di lavoro indotti, si arriva a circa 160 mila persone.
In più va aggiunto il forte impulso all’innovazione tecnologica, il rapporto con le università e il mondo della ricerca, difficile da quantificare in anticipo. Per fortuna che ci sono Leonardo e Fincantieri; i due gruppi non hanno certo atteso il chiacchiericcio in politichese per compiere un vero e proprio salto di qualità premiato anche dalla borsa. Leonardo con un portafoglio ordini di 44 miliardi di euro, un fatturato che s’avvicina ai 19 miliardi assicura dividendi milionari per il Tesoro. Fincantieri fattura oltre 8 miliardi di euro e rimpolpa i bilanci della Cdp. Ma non possono certo andare avanti da soli.
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