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Gioco e poteri
Quanto pesa il petrolio nel blitz in Venezuela? Molto, ma non per le ragioni che pensate
Altro che affari facili: l’industria è a pezzi, il greggio non è di ottima qualità, e i profitti rapidi sono un’illusione. Il vero obiettivo di Washington è togliere Caracas dall’orbita di Cina, Russia e Iran
C’è la convinzione diffusa che gli Stati Uniti giustificassero gli interventi militari con ragioni democratiche e umanitarie, ma in realtà pensassero al petrolio. In questo senso le dichiarazioni esplicite di Donald Trump che, dopo il blitz con cui sono stati catturati il dittatore Nicolas Maduro e sua moglie, ha annunciato un controllo statunitense sul petrolio venezuelano, sarebbero semplicemente un atto di sincerità. In realtà non è esattamente così. Trump dice di essere intervenuto in Venezuela per far fare un sacco di soldi alle compagnie americane, ma non è questa la vera ragione dell’“operazione militare speciale”.
Forse lo pensa Trump, o qualcuno gliel’ha fatto credere per convincerlo a intervenire. O forse, anziché rispetto alla comunità internazionale, Trump giustifica l’azione rispetto alla sua base Maga, quindi usando categorie come il petrolio e i profitti anziché il diritto internazionale e umanitario. Fatto sta che il petrolio venezuelano non è un così grande deal e non garantirà, almeno nel breve termine, un enorme flusso di denaro alle compagnie americane. Servono tanti soldi e molto tempo prima di vedere qualche risultato operativo.
Sebbene il Venezuela disponga delle più grandi riserve petrolifere al mondo, il suo greggio non è di ottima qualità: è molto denso e carico di zolfo rispetto al greggio convenzionale, quindi necessita di maggiori costi di produzione e raffinazione. A questo bisogna aggiungere che l’industria petrolifera nazionale è completamente disastrata. Negli anni d’oro della cosiddetta “Venezuela Saudita” il paese latinoamericano era il maggior produttore mondiale di petrolio, ora è il ventunesimo. Negli anni Settanta raggiunse il picco di produzione di 3,7 milioni di barili al giorno, ora la produzione è attorno a 0,9 milioni di barili. L’industria petrolifera aveva già subìto un declino dopo la nazionalizzazione del 1975, quando la crisi petrolifera aveva fatto esplodere i prezzi. A inizio anni ‘90, dopo la crisi economica dovuta al crollo dei prezzi del petrolio, il presidente Carlos Andrés Pérez – lo stesso che aveva nazionalizzato il settore venti anni prima – inaugurò la politica di Apertura petrolera che riuscì ad attirare grandi compagnie estere per rilanciare, in joint venture con l’industria nazionale, un ciclo di investimenti che riportò la produzione attorno ai 3,5 milioni di barili.
Di questi investimenti ne beneficiò il governo del caudillo Hugo Chávez, insieme al boom dei prezzi del petrolio che decuplicò nel giro di pochi anni. Tutto questo fiume di entrate fu sperperato in corruzione, programmi di assistenzialismo e una politica estera di diffusione del Socialismo del XXI secolo, spremendo ulteriormente le compagnie con aumenti di tasse, espropri e nazionalizzazioni. Il settore si è lentamente degradato, perdendo investimenti e competenze, per poi collassare. Neppure l’assistenza e lo sfruttamento da parte di Cina e Russia sono riusciti a ravvivare l’industria petrolifera venezuelana, usata come bancomat di stato e dominata da corruzione e clientelismo.
Quali sono quindi le prospettive per un rilancio sotto la guida degli Stati Uniti? Nel breve termine c’è poco da fare. Innanzitutto ci sono controversie legali da risolvere. Presso il Centro per le controversie sugli investimenti (Icsid) della Banca mondiale ci sono 57 casi pendenti contro il Venezuela relativi agli espropri dell’èra Chávez, il più grande è quello dell’americana ConocoPhillips a cui spettano 8,5 miliardi di dollari. In secondo luogo sono necessari enormi investimenti per la manutenzione degli impianti, costruirne nuovi e mettere a posto anche le infrastrutture di base come porti, ponti e soprattutto la rete elettrica, che con i suoi continui e prolungati blackout blocca l’industria petrolifera. Oltre a tutto questo manca un contesto istituzionale di certezza del diritto, che va dal rispetto dei contratti alla sicurezza fisica. Per giunta, il mercato attualmente sconta prezzi bassi del petrolio e un eccesso di offerta anche per i prossimi anni. Questo vuol dire che un investimento in Venezuela impiegherebbe molto tempo per essere ripagato e, per giunta, un aumento della produzione avrebbe un impatto negativo sui prezzi compromettendo la redditività di altri grandi investimenti fatti dalle stesse compagnie petrolifere.
Secondo le analisi di esperti di settore e di banche d’investimento, la produzione di petrolio in Venezuela potrebbe arrivare attorno a 1,5 milioni di barili (ancora meno della metà del suo picco) attorno al 2030, ma solo dopo investimenti per decine di miliardi di dollari e in un contesto politico-istituzionale favorevole che ora non si vede all’orizzonte. E, comunque, questo incremento produrrebbe un flusso aggiuntivo di esportazioni di meno di 20 miliardi di dollari. Poca roba.
Ciò non vuol dire che il petrolio non conti, ma che non conta per le ragioni che Trump dice ai suoi elettori. La vera motivazione, niente affatto occulta, è spiegata chiaramente nella nuova Strategia per la Sicurezza nazionale che prevede il rilancio della Dottrina Monroe: l’Amministrazione Trump punta a ristabilire l’egemonia sul continente americano, come elemento chiave della sua sicurezza, assicurandosi che gli asset strategici della regione non siano in mano a potenze nemiche. L’obiettivo non è tanto fare affari con il petrolio venezuelano ma impedire che il Venezuela e le sue risorse siano a disposizione di nemici come Cina, Russia o Iran. Non è per soldi e petrolio, è per sicurezza e potere.
l'accordo di libero scambio