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Il Voto in Consiglio
Meloni cambia marcia sul Mercosur quando il mondo accelera
Mentre l’Italia aspettava garanzie da Bruxelles per gli agricoltori, il mondo si è riaffacciato al Sud America. Ora l’Italia è pronta al sì sul Mercosur dopo il rinvio di dicembre. A pesare di più sono l'accesso alle materie prime e la geopolitica
Secondo quanto riportato da Bloomberg, l’Italia è pronta a sostenere l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e paesi del Mercosur nel voto decisivo in Consiglio del 9 gennaio, che richiede una maggioranza di paesi che rappresentano almeno il 65 per cento della popolazione. Un via libera che rimuoverebbe l’ultimo ostacolo alla firma del trattato, ora attesa per il 12 gennaio.
A dicembre Roma era già orientata al sì, ma Giorgia Meloni aveva frenato all’ultimo, scegliendo di strizzare l’occhio a Emmanuel Macron che chiedeva tempo. Quel temporeggiamento ha fatto slittare la firma prevista il 20 dicembre, con il disappunto del presidente brasiliano Lula – che il 18 dicembre aveva telefonato a Meloni per convincerla – e di Ursula von der Leyen, decisa a chiudere il dossier entro l’anno.
Le motivazioni ufficiali italiane per giustificare il “cooling break” erano le garanzie per l’agricoltura. In quei giorni più di mille agricoltori avevano bloccato Bruxelles con i loro trattori. E in Francia Macron temeva che la firma dell’accordo potesse aggiungere altra benzina al fuoco delle tensioni interne, tra le proteste e la rabbia dei contadini francesi (gli “Ultras dell’A64” che hanno bloccato autostrade e ferrovie) e una legge di Bilancio impossibile da chiudere, come dimostrato dall’approvazione della loi spéciale per evitare lo shutdown. Meloni, in Aula il 17 dicembre, spiegò: “Tutte queste misure, seppur presentate, non sono ancora finalizzate”.
Il punto, però, è che le tutele erano già sul tavolo: il 16 dicembre il Parlamento europeo ha approvato con larghissima maggioranza un pacchetto di clausole di salvaguardia più robuste, concordato il giorno dopo dal Trilogo. Il compromesso introduce nuove clausole di salvaguardia: garanzie sugli standard di produzione e sulla reciprocità, soglie di monitoraggio più strette e interventi rapidi (indagini entro quattro mesi e, nei casi urgenti, misure provvisorie entro 21 giorni), e la possibilità dell’Ue di sospendere le preferenze tariffarie e proteggere i settori sensibili se le importazioni agricole dal Mercosur crescono troppo o i prezzi crollano. Dunque, se l’Italia si muove ora non è perché il Mercosur sia diventato improvvisamente simpatico alla Coldiretti. Alla domanda su cosa sia cambiato, a Palazzo Chigi hanno risposto “no comment”.
Ma mentre l’Italia aspettava garanzie da Bruxelles, il mondo si è riaffacciato al Sud America, anche con modi poco educati. Al summit di dicembre a Foz do Iguaçu il Mercosur ha avviato colloqui per accordi alternativi con Emirati Arabi, Canada, India e Giappone. Nel frattempo Donald Trump ha ordinato un blitz in Venezuela concluso con la cattura del dittatore Nicolás Maduro – rivendicando che gli Stati Uniti “gestiranno” il paese e il suo petrolio – e ha riesumato l’idea di prendere la Groenlandia. Un altro esempio? Nel 2025 la cinese Ganfeng ha avviato la produzione di litio nel nord dell’Argentina, e a novembre Stati Uniti e Argentina hanno annunciato un accordo quadro sugli investimenti nei minerali critici. E’ chiaro che se l’Ue resta ferma, resta indietro.
La realtà è che la posta in gioco dell’intesa Ue-Mercosur va ben oltre l’ agricoltura e automotive. L’accordo, infatti, serve soprattutto alla diversificazione degli approvvigionamenti e delle catene commerciali, nel contesto dei dazi Usa e della competizione con la Cina. Il testo include un principio contro i dazi all’esportazione e contro i monopoli dell’export sui metalli preziosi e le terre rare: serve a evitare che un governo concentri il controllo delle risorse in un solo soggetto (per esempio gli Usa o la Cina) o usi il rubinetto delle materie prime come leva geopolitica. Ciò significa mantenere l’accesso a energia e minerali essenziali per la transizione e la manifattura: litio argentino, grafite e niobio brasiliani, terre rare. Ma significa anche programmare e rendere prevedibili le catene di fornitura di materiali essenziali per l’industria e difesa, e un diritto di stabilimento che consente alle imprese europee di investire senza discriminazioni nei settori estrattivi e di trasformazione.
Se il 9 gennaio l’Italia sbloccherà l’impasse, l’accordo non diventerà improvvisamente popolare tra gli agricoltori. Ma evitare l’inizio della stagione dei rinvii dopo 25 anni di trattative sarebbe comunque un risultato. Senza trionfalismi, l’Ue potrà almeno dimostrare di saper agire, anche se con un po’ di ritardo.