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L'anno della fine di Ilva. L'agonia del più grande siderurgico d'Europa è il vero disastro del governo Meloni

Redazione

Il fantomatico piano di decarbonizzazione si è dimostrato un piano irrealizzabile, testimoniato anche dalla gara di vendita andata deserta, al netto della sceneggiata del fondo Flacks Group. Ci voleva Urso, primo ministro del Made in Italy della storia, per cancellare sessant’anni di industria nazionale

I commissari straordinari di Acciaierie d’Italia hanno chiesto al ministero dell’Ambiente la modifica dell’Autorizzazione integrata ambientale per consentire lo spegnimento di tutte le batterie che alimentano le cokerie (il coke è un combustibile solido fondamentale per la siderurgia tradizionale). Tradotto: dal 21 gennaio l’Ilva smetterà di essere un impianto a ciclo integrale. Non produrrà più coke, ma lo comprerà all’estero. Con una conseguenza immediata e prevedibile: ulteriore riduzione della produzione e aumento del numero di dipendenti mantenuti senza lavorare. E’ l’approdo finale del famoso “ciclo corto” presentato a novembre, contro cui i sindacati – che fino a quel momento avevano sostenuto le scelte del ministro – hanno protestato, più a Genova che a Taranto. In quell’occasione il presidente della Puglia Michele Emiliano, uscendo dall’ennesimo incontro con il suo stimato ministro Adolfo Urso, aveva parlato di un colpo di scena: lo spegnimento sarebbe stato ritirato. Non era vero. Lo spegnimento è rimasto, così come è rimasto in piedi, solo sulla carta, il fantomatico piano di decarbonizzazione. Un piano irrealizzabile, come dimostra il fatto che la gara di vendita è andata deserta, al netto della sceneggiata del fondo Flacks Group. La verità è che forse oggi tutti, anche a Palazzo Chigi, si sono accorti che il piano è un fallimento. Il siderurgico di Taranto non era mai arrivato al livello di crisi attuale: né con i Riva, né con i commissari Laghi e Gnudi, né con ArcelorMittal, né con il Covid. Da quando l’Ilva è stata tolta per decreto ad ArcelorMittal, costa allo stato circa 50 milioni di euro al mese in perdire e una cifra analoga tra cassa integrazione, sussidi e risarcimenti che la città pretende. Ci voleva Urso, primo ministro del Made in Italy della storia, per cancellare sessant’anni di industria nazionale e spegnere il più grande polo siderurgico d’Europa. Un risultato che nessun privato, da solo, era mai riuscito a raggiungere.

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